Capitalismo,ecologia e lavoro.il cortocircuito della nostra epoca

La natura e il lavoro da sempre ci sono dati dal racconto politico e sociale come regni separati della realtà. Dallo schiavismo dal Missisipi ai giorni nostri, il "potere" della carne

La natura e il lavoro da sempre ci sono dati dal racconto politico e sociale come regni separati della realtà. E questa è una percezione che ha influenzato sia la politica ambientalista quanto quella del lavoro.

Il punto principale però  “lo centro’ “ già’  Marx :

E cioè che  contadini, artigiani e altri perdevano sotto il capitalismo l’accesso ai “mezzi di produzione“: e che quel   qualcun altro fosse chi  possedeva  gli strumenti, i reparti, la terra, i negozi.

Quindi succedeva che  i capitalisti pagassero i contadini perché loro applicassero la loro fatica a questi mezzi.

Marx voleva dimostrare che il capitalismo vede la realtà attraverso il dualismo lavoro/ natura e al tempo stesso ci ricorda che non è possibile una separazione del genere: ciò che succede ai  lavoratori colpisce la natura esterna e viceversa ;

questo concetto è del 1875 ma io trovo sia piuttosto attuale,dato che in quel periodo Marx spiego’ che vedere i posti di lavoro e l’ambiente impegnati in un conflitto a somma zero, era un errore clamoroso di analisi.

E avvertiva i socialisti tedeschi che si sbagliavano quando ritenevano che il lavoro fosse l’unica fonte di ricchezza.

Secondo lui gli avevano attribuito “poteri soprannaturali“.

Di fatto non è quanto accaduto fino ad oggi  all’Italsider di Bagnoli, all’Ilva di Taranto o a Marghera o a Cengio, solo per citare i primi esempi che mi vengono in mente?

Comprendere che sia i posti lavoro che i gli ambienti  sono creati attraverso il capitalismo può aiutarci a trovare un terreno comune e  l’occasione utile, sia per i movimenti ambientalisti che per quelli sindacali, per rivedere i propri assunti di base.

Permane una forte tendenza a interpretare il mondo del lavoro come se fosse in qualche modo indipendente dalle campagne, eppure tutto il lavoro doveva -e tuttora deve- la propria esistenza alle campagne.

Ogni grande epoca del capitalismo ha forgiato con l’agricoltura un rapporto chiaro e  espulso dei campi milioni di persone e,dagli anni 70 del secolo scorso, addirittura centinaia di milioni di persone. Pensiamo soltanto alle rivoluzioni agricole statunitensi quella degli anni 40 e 70 del novecento,ma anche quella dell’ottocento. Entrambe si basavano su combustibili fossili e sul lavoro in fabbrica.

Le piantagioni del sud nell’800 immettevano negli stabilimenti tessili britannici, a loro volta incubatrici di un brutale regime lavorativo, il cotone a buon mercato derivante dalle piante prodotte dal lavoro a basso costo nel Delta del  Mississippi.

Il numero degli schiavi dei nuovi Stati di frontiera come Alabama, nel Mississippi, crebbe di oltre 20 volte e tra il 1790 e il 1860 e nel sud vivevano ormai 4 milioni di schiavi.

Lo schiavismo fu il prezzo pagato per il cotone a buon mercato il cui valore crollò più del 70% tra il 1785 e il 1835.

L’impresa cotoniera del sud si basava sullo sfratto e sullo sterminio delle genti indigene che erano relegate nel regno che oggi chiamiamo Natura, dell’ambiente.

In pratica erano sfruttati come è sfruttata la terra, i fiumi,i mari di Gea: perché per il capitale loro erano “ natura”.

Ma oggi, 2019,e’ ancora così e se avrete pazienza lo vedremo. Nel 1870 ormai sei lavoratori britannici su sette erano impegnati fuori dal settore agricolo.

C’era bisogno di nutrirli, a basso prezzo e l’agricoltura americana era preparata a fare esattamente questo “ lavoro” .

Cosi l’esportazione dei cereali americani nelle isole britanniche  crebbe di 40 volte volte nei  decenni successivi al 1846.

Questa crescita prodigiosa dipendeva dall’industrializzazione agraria: una massiccia meccanizzazione delle fattorie che parti in maniera modesta, per accelerare rapidamente nei dieci anni successivi.

In quel decennio il grano americano non si limitò nutrire gli operai inglesi, ma rese anche possibile un nuovo mondo del lavoro, devastando contemporaneamente l’economia agricola dei contadini europei nell’Europa meridionale e orientale. L’agricoltura industriale rende economico il cibo sostituendo quindi i  contadini con il capitale.

Allora come oggi( che vi ricorda il trattato NAFTA?)  i contadini risposero  alla  propria condizione di lavoratori in esubero, emigrando:

molti si trasferirono negli  Stati Uniti dove andare a lavorare nelle nuove fabbriche.

Il  sistema alimentare fu un laboratorio per tutta una gamma di pratiche gestionali,dallo  schiavismo fino al lavoro salariato sindacalizzato. Ma diede anche l’occasione agli operai di vedere in  maniera diversa la politica. Da qui cominciarono le organizzazioni sindacali di lavoratori per combattere queste politiche.

Ma anche il potere economico si organizzo per combattere e sabotare le proteste . I lavoratori del cotone che chiedevano troppe concessioni furono immediatamente sostituiti da entrambe le sponde dell’Atlantico.

Gli operai di una parte del mondo venivano messi in competizione al ribasso di salari e diritti  con quelli dell’altra parte. Non assomiglia molto a quanto accade anche oggi?

Le agitazioni  degli operai nelle fabbriche e la rivolta degli schiavi sono connesse non solo perché sono forme resistenza ma perché si tratta di protesta articolate contro l’ecologia e capitalismo. Ogni fabbrica globale  necessita di una fattoria globale:

E le imprese dei settori industriali, dei servizi e tecnologie, si basano per prosperare sull’estrazione di lavoro a basso costo,di natura sfruttata o costo 0,che saranno a malapena contabilizzate.

Le applicazioni del nostro iPhone, progettati a Copertino, in California sono codificati da programmatori indipendenti autonomi,dipendono da microprocessori assemblati negli stabilimenti cinesi e utilizzano  i minerali estratti da centinaia di migliaia di schiavi  nel bel mezzo di una guerra sanguinosa nella  Repubblica democratica del Congo.

Funziona così .

La manifattura moderna oggi  si fonda su regimi stratificati, simultanei e differenti e a ogni resistenza popolare, il capitalismo ha spostato ancora una volta le frontiere del lavoro, esattamente come nel settecento e nell’ottocento.

Ma il legame tra ecologia e capitalismo ha anche altre declinazioni.

Infatti, anche se al solito il capitalismo è associato alle rivoluzioni alimentate  dal  carbone e dal  petrolio, prima  di queste arrivarono  le trasformazioni del sistema alimentare.

Senza un surplus di cibo non esiste alcun lavoro fuori dall’agricoltura,credo sia lampante.

Le civiltà che troviamo nei libri di storia, la Sumera  ed Egizia, Han  e romana, Maya e Inca, crebbero grazie alle rivoluzioni che permisero a meno persone di produrre più cibo.

La varietà delle relazioni alimentari nell’arco della storia umana, della rivoluzione del neolitico fino all’alba il 500,è impressionante.

Ma tutte avevano in comune due caratteristiche: un sistema di produttività agricolo basato sulla terra piuttosto che sul lavoro

E un sistema di controllo del surplus alimentare attraverso la politica piuttosto che attraverso il mercato.

L’agricoltura capitalista invece ha cambiato il pianeta.

Perché  certe terre diventarono dominio esclusivo di specifici tipi di cultura e sistemi di coltivazione:

Ovvero  le monoculture progettate per portare i fiumi di soldi al capitale. Ovviamente senza nessun interesse per la preservazione della biodiversità, delle culture locali, dei semi antichi.

Tutti da Cicerone al cinese imperiale, hanno compreso l’importanza di garantire che i cittadini fossero abbastanza nutriti per sventare disordini urbani.

Quello che è diverso nell’ecologia dell’agricoltura a fin di soldi e’ l’ossessione per il profitto e la spinta il cibo a basso costo per nutrire i lavoratori delle città e le loro  famiglie, non solo per prevenire le sommosse, ma anche per tenere a buon mercato il  lavoro.

Il cibo a buon mercato consente a questo costoso sistema di sfornare ricchezza, la quale fluiva nelle infrastrutture del potere, della riproduzione che creavano una nuova ecologia della città e della campagna.

Ma tutto questo continua anche negli anni 60 precisamente nel 1968 infatti nacque il termine “rivoluzione verde” coniata da William Gaud, un dirigente la United States agency for International Developament: Allora detto in   due parole,la  “rivoluzione verde” utilizzava un agricoltura con nuove varietà di piante,fertilizzanti , pesticidi, irrigazione, sistemi di proprietà’.

In verità fu il primo riuscito tentativo di utilizzare la parola “ verde” con azioni che invece massacravano il pianeta: da allora ancora oggi vediamo la parola “ verde” utilizzata da partiti, aziende, prodotti che non fanno nulla di ambientalmente corretto”(tranne forse per il verde dei dollari che incassano…)

Dal 1950 al1980 la produzione dei cereali raddoppio’in tutto il globo.  I prezzi del mais e del frumento invece calarono contemporaneamente del 3%/ anno, tra il 1952 e il 1972 e ancora di più fino al 2002. Ovviamente disastrando le piccole economie contadine .

E comunque questi prodigiosi risultati produttivi della lunga rivoluzione verde non ridussero la fame.

Se togliamo dal calcolo la Cina, le schiere degli affamati si gonfiarono dell’11% nel corso della rivoluzione verde.

In compenso il consumo di pesticidi in India aumentò di 17 volte e tra il 1955 il 2005 nel Punjab. Si è capito poi che le comunità in cui è state praticata in maniera intensiva la rivoluzione verde sono state flagellati da  epidemie di tumori maligni, con alcune aree dichiarate ufficialmente “villaggi colpiti dal cancro“ .

Però devo ripeterlo:

La rivoluzione verde non era pensata per i villaggi indiani ma solo per quei lavoratori all’interno del flusso monetario urbano a migliaia di km da quei villaggi, che potevano cullare propositi di abbandonare il capitalismo se il cibo avesse avuto un aumento eccessivo.

Dal 1990 le paghe dei  lavoratori nei paesi “dell’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico” sono rimasti al palo.

È stato una conseguenza diretta delle politiche contro il lavoro che gli esperti del settore chiamano giustamente “ repressione   salariale”.

Date le paghe costantemente basse nell’era  neoliberista, capirete che ha una logica analizzare il cibo a buon mercato, non solo in rapporto alla busta paga, ma direttamente in termini di prezzo.

E il prezzo è crollato particolarmente riguardo alle carni.  In USA soprattutto per quelle provenienti dal Messico in conseguenza dell’accordo NAFTA.

La carne è stata al centro della trasformazione dietetica globale a partire dagli anni 70 del 900.

E quindi credo sia il caso di passare a esaminare come abbiamo fatto a diventare un pianeta sempre più carnivoro e anche di  come funziona la logica  che permette di lavorare una carne con poca spesa sia intrecciata  all’ascesa del nutrizionismo, in cui è nascosta la maniera da risolvere il problema della fame non risolvendo quello della povertà.  Ora uno studioso canadese,Tony Weis,Ha quantificato la portata di recenti cambiamenti del consumo di carne.

Nel 1961 poco più di 3 miliardi di persone e mangiavano un amico di 23 kg di carne e cinque uova all’anno.

Nel 2011 7 miliardi di persone mangiavano 43 kg di carne e 10 uova all’anno.

In appena mezzo secolo dal 1961 al 2010 la popolazione globale di animali macellati è balzata da circa otto a 64 miliardi: cifra che crescerà  ancora fino a 120 miliardi entro il 2050 se proseguiamo l’attuale ritmo di crescita.

Il capitalismo ha investito tanto nella carne a basso costo.

Questo settore ha richiesto l’invenzione di nuove pratiche veterinarie, dalla riproduzione intensiva ai supplementi ormonali, fino all’uso di antibiotici e alle pratiche di alimentazione concentrata che hanno avuto effetti tragici a livello globale sulla qualità del cibo, del suolo, dell’acqua e dell’aria.

L’impronta ecologica dell’allevamento intensivo è  ormai insostenibile dal pianeta Terra.

In parole povere la carne cruda del nostro supermercato e’preparata da un braccio sofisticato e intensivo dell’ecologia del capitalismo.

Il risultato di tutto ciò è un sistema di produzione della carne che può  trasformare un uovo fertile e un sacco di 4 kg mangime in un pollo di  2 kg nel giro di cinque settimane. Dico 5  settimane .

I tempi della produzione di tacchini si sono dimezzati tra il 1970 e il 2000, scendendo fino a 20 settimane per passare dall’uovo a un tacchino  di 16 kg…. Altri animali hanno visto progressi simili grazie a una combinazione di riproduzione, tecniche di alimentazione concentrata e catena distribuzione globale.

Per esempio metà del maiale del mondo viene mangiata in Cina, perciò le relative fonti di importazione del mangime solo affare planetario.

Come anche le conseguenze: il 14,5% di tutte le emissioni di biossido di carbonio, provengono dagli allevamenti .

Produrre una libbra (mezzo chilo) di manzo richiede 6810 lt di acqua e 3 kg di mangime. Ovviamente le conseguenze ambientali della produzione di carne sono esterni al calcolo dei profitti del sistema alimentare industriale.

È uno dei motivi per cui la carne costa tanto poco.

Il lavoro a buon mercato è un altro. Potrei continuare ma potete capire come ecologia ambiente e il loro sfruttamento sono parte strutturale del capitalismo da sempre. E l’uomo e’ parte di quello sfruttamento,senza alcuna differenza. Abbiamo anche capito come le frontiere hanno sempre permesso a  agricoltura e ai mercati di godere di un boom trattando suolo,lavoro e vita come se fossero strumenti per migliorare la produttività del lavoro.

Il cambiamento climatico però  oggi rappresenta un fenomeno più grave della chiusura di una frontiera e qualcosa di prossimo a un’implosione di un modello della natura a basso costo portando non  alla fine il nature facili e economiche ma a un drammatico rovescio.

Col cambiamento climatico intendiamo fenomeni estremamente disperati tra cui siccità, precipitazioni estreme, ondate di calore o di freddo.

Le piante come la Soia, la pianta neoliberista per eccellenza, hanno già vissuto quella che gli agronomi chiamano soppressione del rendimento come frutto dei cambiamenti climatici causati all’uomo.

La quantita’ resta materia di dibattito, ma tante analisi gravitano attorno a una riduzione del 3% nei rendimenti dagli  anni 80,un valore di perdite per 5 miliardi di dollari all’anno dal 1981 al 2002.

Ancor peggio il cambiamento climatico fra presagire altri  pesanti tracolli.

Ogni ulteriore aumento di 1 °C della temperatura globale annuale media è accompagnato da un maggiore rischio di effetti drammatici e non lineare sull’agricoltura globale. Nel prossimo secolo i rendimenti agricoli caleranno tra il 5 a oltre il 50%, a seconda della finestra temporale, della pianta, del luogo e di quanto a lungo il carbonio sarà ancora pompato nell’aria ai livelli incredibili odierni.

L’agricoltura mondiale assorbirà due terzi di  tutti costi del  cambiamento climatico entro il 2050.

Significa che non solo il clima ma anche il modello agricolo capitalista e’ in piena transizione di stato ,uno di quei passaggi improvvisi irreversibili che abbiamo già incontrato nella storia di Gea.

In questo secolo, con il cambiamento climatico, questo sistema alimentare andrà a scatafascio. A causa del cambiamento climatico la fine del cibo buon mercato minaccia una fine drammatica anche per il capitalismo, anche se proprio questo cibo che ha reso  possibile la sopravvivenza dei lavoratori a buon mercato.

Quindi come abbiamo visto l’ecologia da sempre è stata intrecciata è utilizzata dal capitalismma a quanto pare siamo vicini alla fine di questa storia: A noi tutti e tutte decidere come scrivere le pagine degli anni che verranno da oggi al 2050 come l’inizio di un estinzione di massa o di una nuova ripartenza

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