Capital Hill: né la Bastiglia, né il Palazzo d’inverno

Ciò che è accaduto ieri non ha nulla di rivoluzionario. E’ l’effetto di una crisi che non può avere sbocchi positivi perché non nasce dal basso

Questo L’articolo di Giuseppe detto Geppino, storico Aragno, sul suo blog https://www.facebook.com/aragnogiuseppe

lo riprendiamo in quanto tra le tante cose lette oggi, ci sembra il più equilibrato, equidistante, e di sana partecipazione politica.

Di tale articolo condividiamo tutto quanto citato, articolo  che non ha avuto il giusto merito pubblico, probabilmente perché il nostro Professore è di Napoli e politicizzato a sinistra.

Ringraziamo Geppino per la sua collaborazione.

 

Non è vero che il triste assalto a Capitol Hill colpisce il simbolo della democrazia nel mondo e il paragone con la «nuova Atene» non regge.

Capitol Hill non è «la casa della partecipazione popolare alla politica», ma una delle sue case. Ce ne sono tante altre nel mondo – molte delle quali messe decisamente meglio – che, tuttavia, condividono una condizione di crisi profonda, di cui Trump e i suoi scalcagnati «golpisti» non sono la causa, ma la manifestazione visibile.
Gli Usa del capitalismo sfrenato, della Sanità privata, di Guantanamo, dell’embargo a Cuba, della tragedia cilena, delle innumerevoli violazioni dei diritti umani e della gente di colore soffocata o uccisa a pistolettate da forze dell’ordine, che ieri si sono misteriosamente mostrate deboli e quasi complici degli assalitori, non sono la più grande democrazia del mondo.
Non lo sono, ma questo non toglie che l’assalto a parlamentari legalmente eletti è una ferita che fa molto male, così come male fanno e destano serie preoccupazioni gli assalti ai giornalisti.
Ieri non c’è stato l’assalto alla Bastiglia e non si è provato a prendere il Palazzo d’inverno.
Si è toccato con mano, però, sino a che punto sono discreditate le Istituzione democratiche, quale sia la distanza che divide i popoli da chi li governa e fin dove può condurci la forza di una narrazione surreale, velenosa, falsa e mille miglia lontana dai fatti e dai bisogni reali della gente. Soprattutto della povera gente.

Ciò che è accaduto ieri non ha nulla di rivoluzionario. E’ l’effetto di una crisi che non può avere sbocchi positivi perché non nasce dal basso, non contiene germi di rinnovamento, non apre spiragli che lascino intravedere un mondo migliore.
Abbiamo assistito alle convulsioni di un sistema che si avvita su se stesso, crea un vortice e ci ruba l’aria.
Ora sappiamo che la democrazia, anche la nostra, calpestata ogni giorno da Renzi, Salvini, Meloni, Di Maio, vive di stenti e non sa più essere come l’intesero i padri costituenti: ricerca di una sintesi tra visioni diverse della società, che si confrontavano in base a un insieme di regole che mettevano fuori legge la reazione e consentivano la convivenza tra conservatori e progressisti.

Per un Paese come il nostro, dopo la tragedia fascista, non si trattava solo della prima Costituzione, ma di un evento a suo modo rivoluzionario.

 

Da decenni la lettura neoliberista della globalizzazione batte in breccia l’idea stessa di democrazia. Dove conduca l’assalto a Capital Hall non è facile dire. Ieri, però, tra due presidenti degli Usa, uno uscente e pronto all’assalto, l’altro eletto e debolissimo nella difesa, è emersa chiara e terribile la sua pericolosa solitudine.
Per ciò che resta della sinistra – soprattutto per quei giovani che ancora credono nella politica – oggi la sfida è difficilissima, ma non impossibile: organizzarsi per entrare nelle Istituzioni democratiche, restituire loro l’originaria capacità di rendere compatibili politica e bisogni reali della gente.

Se necessario, farlo eleggendo una nuova Assemblea Costituente. Un compito che da noi, come in nessuna parte dell’Occidente, a cominciare dagli USA non possono affrontare né gli attaccanti, né i difensori di Capital Hill, né i Salvini, né i Renzi, né gli esponenti di forze politiche che, ognuna per la sua parte, ci ha condotti alla tragedia che viviamo

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