Bullismo e nonnismo, i figli prediletti della caserma

Il caso di Emanuele Scieri apre squarci di verità, sempre negati o occultati

Scritto da Vittorio De Asmundis

C’è a Napoli un Gruppo Antimilitarista dal nome beneaugurante “…e la caserma crollò”, di cui faccio parte da diversi anni, con lo stesso entusiasmo e l’ottimismo utopistico di un illuminato neofita adolescente. E’ proprio quella struttura, “la caserma”, grigia, possente, sempre troppo grande, spesso mastodontica, lugubre, puzzolente, deliberatamente inutile, un evidente spreco, un oltraggio alla intelligenza, un monumento alla stupidaggine, un edificio inaccessibile, con i suoi portoni marroni scuri sempre chiusi e con la sua presenza massiccia da vecchia grassa e tarchiata guardiana di postriboli dalla fastidiosa memoria. Noi di Napoli vorremmo che tutte le caserme del mondo crollino e sulle loro rovinose macerie fioriscano mille e mille strutture di pace, di accoglienza e di amore.

scieri-foto (1) 13 agosto di ventuno anni fa, nel 1999, Emanuele Scieri di 26 anni, tra le 22 e 30 e le 23 e 45, fu “costretto a morire” nella Caserma Gallera della Folgore di Pisa da un branco di tre caporali paracadutisti, che esercitarono il loro diritto militaresco in uno dei tantissimi atti di nonnismo che a migliaia quotidianamente si susseguivano, e ancora oggi si susseguono, in quei luoghi orribili e disumani che sono le caserme. E come tutti gli atti di becero bullismo i componenti del branco non hanno mai detto la verità sull’assassinio compiuto, e, con la complicità di generali e di aiutanti maggiori, per lunghissimi 21 anni hanno continuato a sostenere un suicidio reso impossibile dalle piaghe e dalle ferite evidenti sin dal primo momento. Ora finalmente “pare, sembra, quasi certo”, che si possa fare un regolare processo.

Ci sono voluti la determinazione dei genitori di Emanuele, (ora è rimasta solo quella della mamma perché il padre è morto), la determinazione del fratello, di alcuni amici e perfino delle conclusioni di una Commissione Parlamentare per far salire sulle panche degli accusati cinque tra militari ancora in servizio e militari in pensione e ex militari. Un caso di nonnismo che viene alla luce, un’eccezione che conferma migliaia e migliaia di altri casi che sono rimasti impuniti e ignorati.

Ricordo, quando militavo tra i Proletari in Divisa, la ridicola media annuale del numero dei suicidi tra i militari di leva, senza tener conto delle tantissime morti misteriose passate per cadute accidentali o incidenti nelle pratiche di addestramento. Ricordo le condanne “per non aver mantenuto la posizione di attenti”.

Quella sera di agosto di tantissimi anni fa Emanuele Scieri fu sorpreso negli anfratti della Caserma Gallera di Pisa, (lui, appena laureato in giurisprudenza, fresco di naia inspiegabilmente volontario a finire il suo servizio militare), con un cellulare a telefonare, e loro, tre caporali (e tre caporali formano un branco) che lo beccano con un cellulare in mano, e, 21 anni fa, era proibito in caserma avere un cellulare in mano, e zacchete, scatta il pretesto, scatta la molla che fa sciogliere il branco in una muta di cani furiosi, pronti a colpire, pronti al divertimento mostruoso, pronti al nonnismo.

Togliti i vestiti, mettiti nudo. Non ti togliere gli stivali, sbottonali, slacciali, lasciateli ai piedi, sporco inferiore, obbedisci ai nostri ordini, impara a fare il militare, impara ad obbedire, non ti azzardare a resistere, non pensare, un militare non pensa, esegueUn militare obbedisce. Fai cento flessioni. Conta! Uno, due,  tre… fai cento flessioni. Non ti fermare! Chi ti ha ordinato di fermarti? Non discutere gli ordini! Abbiamo detto cento flessioni! Ricomincia daccapo! Uno, due, tre… cento flessioni. E giù botte da orbi. Pugni sulla schiena, pugni sulle mani, calci con gli anfibi, sputi, minacce, urla. Urla militaresche.

Ma che fai, ti lamenti? Chiedi aiuto? Non c’è nessuno. Siamo soli, soli in tutta la caserma. Noi, i tuoi capi, i tuoi caporali, e tu, una sporca recluta, un essere sottoposto, un inferiore, una nullità, anche se ti sei laureato, qui, in caserma, sei una nullità. E non ti mettere a piangere. Un paracadutista, anche uno come te che sei un paracadutista di merda, non si mette mai a piangere. Sei la nostra vergogna, la vergogna dei militari. Ma che fai? Scappi? Ma dove scappi? Sulla scala a pioli che usiamo per asciugare i paracadute? E va bene, scappa su quella scala, ma fallo senza usare i piedi. Usa solo le mani! Dimostra che sei un vero militare, usa solo le mani, merda di un paracadutista!

E su per la scala con grandi pugni sulle mani afferrate ai pioli, con gran calci e sputi e urla, fino ad una certa altezza, fino allo sfinimento, fino alla resa, fino alla caduta da un’altezza di circa dieci metri. E Emanuele Scieri si ritrovò moribondo sul selciato di quella caserma dell’orrore, e restò lì per tre giorni, fino a quando non fu ritrovato morto. Ucciso dall’odio. Odio naturale di militari. Si è suicidato, sentenziarono i suoi assassini. Si è lanciato nel vuoto. Non ha resistito al regime militare.

E la caserma deve crollare.

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