Beni Comuni e Pubblica Amministrazione: convergenze parallele e necessarie consonanze

Beni Comuni e Pubblica Amministrazione: convergenze parallele e necessarie consonanze

Quello dei beni comuni è un percorso di emancipazione delle comunità territoriali che mette a dura prova gli apparati organizzativi degli enti di prossimità.

La Pubblica Amministrazione, insomma, si trova a rincorrere una realtà sociale assai vivace, creativa e polimorfica…. Il problema è che la Pubblica Amministrazione dalle nostre parti è fatta di apparati che restano pachidermici almeno nelle movenze, nonostante diete ferree a base di spending review, blocco del turn over, dissesti finanziari, diminuzione progressiva dei trasferimenti statali, etc..

santa fedeEsiste una sorta di mondo parallelo (difficilmente comprensibile a chi non è della casta) fatto di norme, regolamenti, circolari, direttive, delibere, determine scritte in maniera criptica e per essere comprese per lo più da chi le legge. Insomma un sistema di regole e regolette nate per governare la realtà di tutti i giorni che è cresciuto a tal punto da iniziare a vivere di vita propria.

La Pubblica Amministrazione è diventata inesorabilmente una sorta di interlocutore/controparte del cittadino stesso più che una sua emanazione… quando va bene. Può sempre succedere che l’entusiasmo creativo di aggregazioni di cittadini desiderosi di assumere un ruolo attivo si infranga sul “burocrate” di turno che in risposta ad una istanza della cittadinanza (magari un pochino fuori dagli schemi e dalle prassi consolidate e rassicuranti) risponda con un elenco dei motivi per i quali naturalmente quella cosa NON SI PUO’ FARE.

La logica è la stessa della medicina difensiva dove alcuni medici non muovono passo senza prima avere fatto fare al paziente una caterva di accertamenti…. alla faccia dell’appropriatezza.

Lo spauracchio incombente della Corte dei Conti ed un irrigidimento dei controlli formali a danno di quelli di risultato hanno aggravato le conseguenze di una cultura organizzativa tendenzialmente già livellata al ribasso: “meno faccio meno sbaglio”… “meglio adottare soluzioni sostenute da una pronuncia del giudice”. “si è sempre fatto così”. “è una ipotesi non contemplata dal regolamento”.

Questi i mantra ricorrenti. Eppure, ricordo a me stesso, mettere in piedi un apparato organizzativo di dimensioni bibliche (i comuni contano circa 450.000 addetti) con i costi che comporta ha senso solo se riesce a sostenere il cittadino trovando ed elencando motivi e soluzioni per i quali, nel rispetto di regole e principi condivisi, le cose SI POSSONO FARE.

Soprattutto se si tratta di ripensare alla luce di un rinnovato attivismo civico le forme di collaborazione e condivisione della “res publica”. Questo accade spesso anche a fronte di una particolare sensibilità dei membri dei parlamentini e delle giunte locali che sono in buona sintonia con la comunità territoriale.

Ma fortunatamente le coscienze critiche e sensibili interne all’apparato organizzativo pubblico trovano vie sempre diverse e nuove per esprimere il loro ruolo di cittadini/funzionari. A Roma nella significativa cornice della Scuola Di Donato (storico laboratorio di amministrazione condivisa) lo scorso 12 giugno si sono incontrati sotto l’egida di LABSUS (Laboratorio per la Sussidiarietà) ben trentacinque funzionari, dirigenti e segretari comunali provenienti dagli oltre 100 comuni e provincie che hanno adottato o stanno adottando un regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni. Tutti “cittadini infiltrati nella Pubblica Amministrazione” come li ha definiti l’arguzia canuta del prof. Gregorio Arena (costituzionalista di frontiera).

opgO, parafrasando Pirandello, tutte persone che al cappello di cittadino hanno semplicemente sovrapposto quello di funzionario pubblico senza mai dismettere il primo. Occhi acuti e orecchie attente ad interpretare le variegate istanze di quello che sempre più è il popolo dei Beni Comuni ed a confezionare procedimenti, iter, percorsi realizzativi. Tante, si badi bene, le realtà civiche coinvolte e delle più svariate dimensioni a partire dai piccoli comuni fino a raggiungere complessità del calibro di Torino, Roma  e Bologna.

Nel frattempo a Napoli il popolo dei beni comuni cresce, si moltiplica e fa rete, fa corpo sociale.  Giovedì 18 si è tenuta allo Skun_K – Laboratorio Politico Sociale di Soccavo un’assemblea pubblica sulla gestione degli spazi liberati. Comitato Soccavo, Bancarotta, Zero81, Scacco Matto, Villetta del Frullone, Officine Periferiche, Casa del Popolo di Fuorigrotta, Giardino Liberato di Materdei a testimoniare una cittadinanza attiva e propositiva che considera lo spazio urbano come vero e proprio “ambiente di sviluppo”. La logica che li accomuna non è quella estrattiva, acquisitiva, escludente e neanche quella del consumo della risorsa spazio, quanto invece quella della sua rigenerazione dal basso per un uso comune ed inclusivo. Una logica per la quale la titolarità dello spazio (privato o pubblico) perde rilevanza e peso in funzione del diretto e concreto uso comune, ma anche sostenibile nel rispetto di chi verrà dopo di noi.

La rete riflette e analizza i provvedimenti del Comune in tema di Beni Comuni… non c’è soddisfazione non è abbastanza sostiene qualcuno. Risultato? Si rimboccano le maniche e si misurano sulla redazione di un regolamento per l’uso dei beni comuni (spazi ed immobili) prodotto dal basso. Finalmente la visione è quella dello stagno… ma visto dalla rana, questa volta…..

La Pubblica Amministrazione è ora chiamata ad un delicato compito. Riuscire a tesaurizzare ed affiancare questo processo costituente senza farsi interlocutore ma ricordando a se stessa di essere emanazione e mandataria di questa cittadinanza.

D’altra parte a Napoli è dal 2011 che si lavora in questa direzione. Modifica dello statuto comunale, consulte civiche, Osservatorio sui beni comuni, Assessorato ai Beni Comuni, delibera (recepita dal Consiglio comunale) sui beni immobili di proprietà comunali destinabili ad un uso comune e civico, delibera di Giunta comunale sull’acquisizione per un uso comune e civico di beni di proprietà privata in stato di abbandono… Lo sforzo della Pubblica Amministrazione locale è massimo per interpretare le istanze costituenti del popolo dei Beni comuni anche se le resistenze d’apparato non mancano.

Ma nel frattempo altri percorsi si sviluppano. E’ un movimento ormai inarrestabile. Succede quando gli abitanti cominciano ad intravedere cosa significa sviluppare una cittadinanza piena e consapevole. Il popolo di Villa Medusa, una volta scongiurata l’alienazione dell’immobile, lavora alla costruzione di una coscienza collettiva di tipo gestionale di uno spazio comune bello ed aggregante.

santafee1Lo stesso dicasi di Santa Fede Liberata che ormai è diventata spazio di riflessione, confronto, sviluppo civico ma anche ambiente di realizzazione di iniziative culturali. Il Comune di Napoli sta per avviare lavori di consolidamento strutturale e di messa in sicurezza di entrambe le strutture.

Ma bisogna fare attenzione. Aprire un cantiere potrebbe comportare una battuta d’arresto nel delicato percorso di acquisizione all’uso comune dello spazio… anche se i lavori sono finalizzati a migliorare le condizioni di fruizione del bene. Il rischio è quello di interrompere il rapporto della comunità col bene comune rischiando di dilapidare l’ingente capitale sociale messo insieme. Questo è un altro di quei casi nei quali la Pubblica Amministrazione è chiamata a ricordarsi di essere emanazione della cittadinanza e non interlocutore.

Dei lavori di rispristino e messa in sicurezza che non tengano conto della necessità che la comunità mantenga un rapporto costante con il bene che sta rigenerando possono essere controproducenti. La cura potrebbe essere di gran lunga peggiore del male. Basta un intoppo per far si che i lavori si protraggano sine die.

Il popolo dei beni comuni è perciò in fibrillazione. La soluzione possibile è duplice. Da una parte si potrebbe inserire, nelle attività di progettazione di interventi di questa natura, una sorta di valutazione preliminare di impatto civico, sociale, relazionale.

Gli interventi stessi potrebbero essere costruiti contenendone l’impatto il più possibile e riducendo al minimo l’interferenza dei lavori con le attività di rigenerazione sociale del bene, consentendo magari che le attività si svolgano nei giorni di riposo dell’impresa. Questo significa contemplare tutti gli interessi in gioco trovando la soluzione che li sacrifichi il meno possibile… anche se questo potrebbe significare aumentare l’impegno finanziario ma pur sempre a fronte di un considerevole incremento dell’utile civico.

Il concetto è che il bene ha senso quando è di uso comune e civico… In realtà non sappiamo che farcene di immobili riattati e sfavillanti ma che hanno perso l’anima e non hanno nessun rapporto con il territorio. Dall’altra, l’esecuzione dei lavori, potrebbe essere seguita dai cittadini interessati costituiti in un Comitato a composizione mista con la partecipazione dei tecnici del Comune.

In questa epoca di disgregazione e di sfiducia verso l’istituzione, il capitale sociale creato intorno ai due beni comuni in esame, ha un peso tale da assumere il ruolo di interesse primario per tutta la collettività. Questo è un fatto.

Parafrasando Carlos Castaneda, occorre che Don Juan (il popolo dei beni comuni) faccia cambiare il punto di vista e con esso la prospettiva della Pubblica Amministrazione, portandola ad includere in essa anche i beni comuni.

Non è semplice ma è indispensabile che il popolo dei beni comuni pretenda una Pubblica Amministrazione capace di leggere il profondo cambiamento in atto e, di accompagnare questa delicata fase che per certi versi è una vera e propria fase costituente.

A ciascuno il suo….

Approfondimenti:

http://www.labsus.org/2015/06/labsus-incontra-funzionari-delle-citta-del-regolamento/

http://www.genitorididonato.it/joomla/

https://www.facebook.com/pages/Santa-Fede-Liberata/1621135298110309?fref=nf

http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/16783

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