Aspettando Antonio Canova

“Canova e l’Antico” al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dal 28 marzo al 30 giugno 2019

Scritto da Gennaro Argo

Sto attendendo Canova. Canova è un genio e da me trarrà spunto per una opera di cui abbiamo il gesso a Capodimonte, la sorella di Napoleone. Se c’è un’opera della statuaria romana qui presente da potere attribuire a Canova, questa sono io. Agrippina, seduta su una sedia, la mia testa bruttina su un corpo tornito rivestito da un panneggio leggero. Opera raffinata sono io, di fattura ideale. Per altezza potrei essere frutto di Canova. Canova è veneto e devo riconoscere che l’attributo di genio è degno di lui come di pochi altri.

Aspettando Antonio Canova al Mann. Canova ritrasse geni, alati, sostenenti la torcia che spenge la fiamma della vita alla terra. L’idealizzazione della forma, che fu la nuova creazione di forma del Genio di Possagno, è cultura di morte. Canova con i suoi corpi fatti di luce è fratello a Goya ed i suoi incubi, a Fussli ed i suoi incubi, a David e la sua lucida romanità, a Wright e la sua astratta anatomia, a Turner e la sua natura rarefatta. Una decomposizione della materia, una metamateria, una trascendenza dal materico unisce questi artisti del continente europeo, nella creazione di una forma che non è più plastica, non è più pittorica, ma è l’ombra di sé, la sua luce riflessa.

Come meduse in un mare di petrolio le danzatrici su fondo nero di Canova. Come una esse scritta sul sarcofago le piangenti allegorie. Come un elastico di gomma il maculato Lica teso in un arco dalla forza di Ercole.

Ritengo che nei gessi vediamo meglio Canova, la sua vera mano. La trasposizione su marmo era di bottega. Dunque a mio avviso il pezzo più grande di Canova a Napoli, o perlomeno quello che ci avvicina di più al maestro, rimane il gesso di Capodimonte. Ora attendiamo delle splendide opere dall’Ermitage di San Pietroburgo. Penso alla Ebe, anche essa come una esse, avanza tenendo un piccolo vaso per unguenti, fatta di luce, scivola come figura volante di ercolanense memoria.

Ma se l’antico è la fonte di Canova la sua trascendenza porta ad altro, in campi inesplorati. Vorrei ricordare che Canova fu un grande artista e conoscitore d’arte. Quando gli chiesero di restaurare gli Elgin Marbles al British, Canova riconoscendo il suo avo, Fidia, non li toccò. Non fece altrettanto il suo emulo danese Thorvaldsen, che saponò i marmi di Egina.

Ma Canova inoltre riportò in Italia, dopo il congresso di Vienna, gran parte delle opere razziate dai francesi. Quindi un Genio, un grande uomo, un grande italiano. Invito però ad incontrare il genio e la sua trascesa forma, scrittura di luce nel buio, come una installazione di neon in una stanza di Lucio Fontana

Gennaro Argo

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