Antimilitarismo, che passione!

Viaggio semiserio nelle lotte contro gli eserciti in quegli anni irripetibili, straordinari e bellissimi

Scritto da Vittorio De Asmundis

Tutto cominciò con una piccola foto incorniciata d’argento sul cassettone della camera da letto dei miei genitori. Nell’angolo dedicato ai nostri morti quella di zio Amleto aveva davanti un lumicino quasi sempre acceso perché Amleto, il preferito su dodici tra maschi e femmine, era morto nel 1917, un pezzo di carne del macello, in una corsia di ghiaccio sui monti crudeli degli innaturali confini. Lo strazio non cercato, obbligato da una legge infame, di un giovane “che scriveva poesie”, pieno di sogni e di entusiasmi vitali, ma condannato a morire da una patria matrigna, condizionò tutta una famiglia, con mia madre, Emma Gervasio, combattente senza armi nelle Quattro Giornate di Napoli, e con un nipotino mai conosciuto tirato su nel disprezzo radicale delle guerre, dei professionisti guerrieri e di tutto il marciume guerrafondaio.

Ogni 4 novembre, da bambino e da adolescente, andavo in Via Caracciolo, a Napoli, nella mia città, ad assistere allo squallore delle immancabili “parate militari”. Non ero troppo colpito dai marciatori inamidati che ostentavano bandiere e medaglie del disonore disumano, o dai saltimbanchi bersaglieri con le piume al vento e le trombette in bocca, o dal frastuono cingolante dei carri armati che trascinavano cannoni e mitragliatrici passati a lucido o dalle bombe allineate in geometrica intolleranza pronte a ricolpire i venticinquemila civili napoletani barbaramente massacrati nell’ultima fresca mattanza, ma quello che più mi faceva schifo era osservare il pubblico osannante, pieno zeppo di parenti dei futuri massacratori patentati, con gridolini di piacere e forsennati applausi, con urla di entusiasmo e di benedizioni. Un orgasmo collettivo che mi faceva sprizzare da tutti i pori l’indignazione e lo sdegno.

E così arriviamo al 4 novembre del fatidico 1968. Con Achille e Silvano, di notte, prima della “parata mattutina”, armati di manifestini, secchi di colla e pennelli, mettemmo a più non posso su tutti gli spazi liberi il nostro delicato pensiero antimilitarista: “4 Novembre. Festa della Violenza. Ci siamo anche noi, obiettori di coscienza, che gridiamo NO ALLE FORZE ARMATE”. Fu un attimo, verso le 3 di notte, fummo circondati da tre pantere e 12 poliziotti. Chissà come Silvano riuscì a svignarsela, ma io e Achille fummo afferrati e schiaffati dentro le pantere e trascinati in Questura in Via Medina. Interrogati per cinque o sei volte di seguito, separati e in coppia, fummo rilasciati all’alba con una denuncia di “vilipendio alle forze armate”. Strano, ma dai numerosi libri che ho letto sul sessantotto a Napoli, l’episodio non è mai citato, eppure il 5 novembre tutti i quotidiani di Napoli e di Italia riportarono l’accaduto con tanto di nomi e di cognomi.

E da allora fu un crescendo. Mi ritrovai nel GAN, Gruppo Antimilitarista Napoletano, con libertari, nonviolenti, cattolici finalmente del dissenso, rivoluzionari coscienti e non coscienti. Alla fine del 1969, anche noi napoletani ci ritrovammo il 31 dicembre sotto le mura del Carcere tenebroso di Peschiera sul Garda a tener compagnia, con le nostre canzoni, ai numerosi obiettori e militari di leva, detenuti in quel Carcere. Fu bellissimo, indimenticabile, commovente, aspettare la mezzanotte e il nuovo anno in compagnia di anarchici della FAI, di socialisti, di radicali (c’erano Marco Pannella e Roberto Cicciomessere), di comunisti nientedimeno del PCI, e perfino di qualche buon diavolo di prete e di allucinati boyscout.

Le riunioni del GAN si facevano in Via Briganti, a casa di Antonino Drago, notissimo nonviolento supercattolico, professore di fisica e, come si usava in quel tempo, falegname costruttore di pregevoli mobili in pino. Tra pialle, trucioli di legno, colle, e una decina di bambini e gatti, si discuteva con rispetto reciproco e con amore fraterno di un mondo futuro senza armi e senza eserciti. Si organizzavano marce antimilitariste, la Napoli-Gaeta, andata a monte per minacce di bombe fasciste, e la Pordenone-Udine, che riuscì benissimo anche perché, all’entrata in Udine, fummo accolti con bordate di cacca lanciate dai balconi indovinate da chi.

E poi ci fu l’apoteosi. Il 17 novembre del 1970, un nutrito corteo forte di duecento antimilitaristi, accompagnò il mitico Ciro Cozzo, primo vero obiettore politico, operaio anarchico, a costituirsi in Via Pizzofalcone, presso il Tribunale Militare di Napoli, perché renitente al servizio di leva. Ci fu in seguito il processo politico. Ciro fu difeso egregiamente dal grande compagno Avvocato Canestrini, giunto da Rovereto, e dal compagno avvocato di Napoli, Vittorio Lauro. Fu condannato ma la sua protesta aprì la strada alla fine del servizio militare di leva. Fu una grande vittoria di tutto il Movimento Antimilitarista.

Ritornerò sull’argomento in qualche altro articolo, ma mi piace concludere con un ricordo beffardo e canzonatorio, che sdrammatizza e fortifica. Oltre ai cappelloni della Nunziatella, che ci piaceva  prendere in giro, ci capitò di andare a contestare il “raduno degli alpini” che si svolse in quegli anni indimenticabili a Napoli. Via Roma, oggi Via Toledo, era diventata l’anticamera di una osteria C’erano alpini dappertutto, sbracati, ubriachi, mezzo rimbambiti, buttati a terra, vocianti, ruttolosi e vomitosi. Contrariamente alle apparenze noi eravamo belli, felici e puliti. Ci avvicinammo ad uno pieno di medaglie e di terribili ricordi di guerra. Alpin, gli chiedemmo, te piase el vin? Sì, ci rispose alzando la bottiglia semivuota, ostrega! E noi, tutti in coro, con le mani sul basso ventre, gli rispondemmo entusiasti: “E attaccate a ‘sta cannella!”.

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