Andrea de Goyzueta tra teatro e trance

Il teatro, le politiche culturali e la Napoli di de Magistris" salvare il teatro è possibile", l'affermazione dell'Asilo e la moltitudine dell attore

Andrea de Goyzueta lancia un grido di attenzione “il teatro è lasciato solo, gli attori sono precari e camminano in solitudine quando invece andrebbero sostenuti”. Intervento a CantoLibre di uno dei più cari attori al pubblico, soprattutto sociale della città.

Dal teatro ho ricevuto una chiamata quasi mistica: avevo poco più di 18 anni quando andai a vedere “la Gatta Cenerentola” di Roberto De Simone; il risultato fu che ne rimasi folgorato, in particolare nel terzo atto, il ballo delle lavandaie mi portò quasi allo svenimento. Una sensazione fortissima che non dimenticherò mai. Quando quattordici anni dopo, nel 2008, lavorai a stretto contatto con De Simone, curando la produzione del suo Concerto di Natale, il Maestro raccontandomi alcuni passaggi dello studio e del processo creativo di quell’immenso capolavoro mi fece capire che quel senso estremo di estasi derivava dallo stato di trance che quelle meravigliose donne emanavano. Una magia assoluta.

Insomma, da quei 18 anni cominciai ad avvicinarmi al teatro, anche se la prima scuola arrivò qualche anno dopo, nel 1999 presso il Teatro Elicantropo di Napoli, che avviò il suo laboratorio permanente proprio quell’anno con due grandi maestri, Umberto Serra e il regista Carlo Cerciello, con il quale ho fatto i primi spettacoli, tutti di grande valore e impegno politico.

Il teatro ha qualcosa di fantastico: si mente tentando di esprimersi nella più assoluta onestà e verità. Diceva Cesar Brie, artista che ho incontrato durante la mia formazione, “lo fai perché è l’eternità e tu sai che l’eternità non dura”. Ed è proprio così, tutto avviene in un attimo, in quell’attimo, dopo che ci hai lavorato per tanto tempo. 

Il teatro è il mondo dei sensi, del possibile e dell’impossibile, è un luogo dove si possono sperimentare le utopie, ma per me rimane soprattutto lo spazio dove è possibile essere costantemente in relazione con gli  esseri umani. 

Nessuna altra forma d’arte ci mette tanto a confronto con gli altri, e insieme agli altri, ai propri compagni di lavoro, ci dà la possibilità di condividere dirompenti processi di creazione collettiva. 

Dal momento della “folgorazione” ad oggi, il percorso fatto è stato per nulla semplice, con non pochi momenti di sconforto, ma ricco di bellezza e di soddisfazioni. Ho costruito tutto con grande tenacia, e accertato che volevo fare sul serio questo lavoro, che ribadisco, è il più precario del mondo, per essere certo che i lavori che desideravo vedessero la luce, mi sono fatto ‘autoproduttore’, e poi ‘produttore’ per dare vita anche ai lavori di altri che, a prescindere da me reputavo importanti.

A chi si avvicina al teatro consiglio sempre di non aspettare che qualcuno ti venga a chiamare, è fondamentale da subito industriarsi e cominciare a fare.

La produzione indipendente è difficile perché devi fare tutto da solo o con un ristretto gruppo di compagni, come è successo a me con l’associazione “Tourbillon”, con Elena Cepollaro e Fabio Rossi, che con il lavoro ha raccolto consensi e riunito persone, e che ha prodotto tanti progetti, e avviato fortunati percorsi di ricerca a volte lunghissimi come con il regista Pino Carbone.  

Non meno complesso è stato il percorso di produzione da quando dal 2008, sono entrato a far parte della storica compagnia napoletana Ente Teatro Cronaca fondata da Mico Galdieri e diretta oggi da Geppi Liguoro, che in tutti questi anni continua a sfidare il mercato con spettacoli e progettualità che coinvolgono un numero sempre molto elevato di attori, attrici e maestranze.

“Miseria e Nobiltà” regia di Luciano Melchionna. In foto con Giorgia Trasselli e Serena Pisa nello scatto di Federica Di Benedetto

Parlare di teatro popolare per me vuol dire non tanto parlare di tradizione, o di generi teatrali più votati al commerciale, immagino spettacoli che abbiano la capacità di avere diversi piani di lettura, che sappiano coinvolgere necessità critiche ed emotive di pubblici eterogenei e farle confluire in un unico senso di comunità. Per esempio in Miseria e Nobiltà che mi vede sul palco con Lello Arena, il regista Luciano Melchionna, il cui talento visionario si esprime con particolare forza in questa direzione, porta in scena il classico di Scarpetta con tutti i suoi canovacci particolarmente cari al grande pubblico, ma disseminandolo di segni che allo stesso tempo ne moltiplicano le chiavi di lettura, a partire dal modo in cui orchestra gli attori fino alla scenografia che si staglia in “verticale” e che apre continue e sottili suggestioni sulla relazione tra povertà e ricchezza.

Ma è difficile definire il teatro popolare attraverso una singola messa in scena; esso non può che sedimentare attraverso processi più lunghi. Mi vengono in mente i grandi esperimenti di Jean Vilar o Paolo Grassi, che nel dopoguerra, convinti che cultura e conoscenza dovessero essere beni comuni accessibili a tutti, sentirono la necessità di andare oltre un teatro consumato solo dalla borghesia, reinventando la funzione del teatro come servizio pubblico, per andare incontro alla formazione del “popolo” tra le macerie della guerra. Da qui è nato il Festival di Avignone, che ogni anno da più di mezzo secolo trasforma quella città in un grande palcoscenico e i suoi cittadini in pubblico esigente e preparato. Un esempio di come un  processo artistico possa condizionare non solo la vita culturale, ma anche quella sociale ed economica di tutta una regione come la Provenza. 

“L’Armata dei Sonnambuli” regia di Pino Carbone. Foto di Claudia Nuzzo

Un teatro popolare per me oggi è uno spazio accessibile a tutti, sempre aperto, non solo a chi lo pratica e lo studia, che sappia favorire (più che dirigere) e moltiplicare processi partecipativi e affettivi, che esca dalla settorializzazione e dall’autoreferenzialità, mettendo il teatro in connessione con le altre arti e le altre forme della cultura e in continua relazione con il mondo circostante. Un modo necessario per stimolare e intrecciare l’interesse di pubblici sempre diversi.

Le esperienze dei teatri occupati e degli spazi liberati, oggi beni comuni, sono stati dei motori fondamentali nel dare nuovi impulsi a questa strada. Ad esempio l’occupazione del Teatro Valle, vale a dire la riapertura di uno spazio vivo a tutte le ore del giorno, non ha soltanto restituito un teatro abbandonato alla città, ma ha soprattutto riportato una città a teatro. Se all’ex Asilo Filangieri si attua una politica culturale in antitesi con le grandi direzioni artistiche è perché è la città con i suoi abitanti ad esprimere le necessità e gli obiettivi da raggiungere, e non un collettivo di artisti a imporre un progetto culturale chiedendo alla città di condividerlo e sostenerlo passivamente.

Ho partecipato alle grandi mobilitazioni che hanno portato anche alla nascita dell’attuale ex Asilo Filangeri, sulla cui occupazione sento spesso tante leggende, le cose sono al contrario andate così: non si è mai cercata una sede, ma si ragionava, come nel resto d’Italia, sui luoghi simbolo della degenerazione delle politiche culturali in cui far scoppiare la protesta, cioè un’occupazione simbolica di non più di tre giorni. A Napoli erano tanti gli spazi con criticità evidenti, penso al Teatro Trianon, abbandonato da anni, o l’ex Asilo Fialngieri, sconosciuto ai più e sede del grande evento Forum delle Culture.

“Squalificati” regia di Luciano Melchionna. In foto con Stefania Rocca e Fabrizio Vona nello scatto di Luigi Cerati

Parliamo, dunque, non di un collettivo di artisti alla ricerca di uno spazio (moltissime persone accorse durante quelle mobilitazioni non si conoscevano), ma di un movimento di lotta che si sviluppava in tutta Italia. Oltre ai tanti movimenti napoletani, all’occupazione dell’ex Asilo c’erano artisti, attivisti e operatori culturali da Roma, da Milano, da Palermo, da Catania. Anche in seguito l’obiettivo del processo avviato non fu mai orientato all’assegnazione di un spazio a un singolo gruppo, ma al riconoscimento di un luogo aperto a tutta la città, di una nuova istituzione della cultura, che fosse pubblica ma autonoma dalle ingerenze dei partiti, e qui tutto il comparto giuridico/filosofico ha dato una grande mano, con l’elaborazione dell’uso civico di un bene comune, ciò che oggi è l’Asilo.

L’Asilo è nato in una circostanza positiva e inusuale: il sindaco della città, de Magistris, anziché

richiedere lo sgombero della struttura, al contrario, seppur con grandi scontri iniziali, ha avviato un dialogo accogliendo le proposte lanciate dal lavoro dell’assemblea aperta dell’Asilo sostenendo le delibere dei beni comuni che hanno inaugurato un’inedita collaborazione tra cittadini e istituzione, sempre nel rispetto reciproco dei ruoli e delle autonomie. 

Ma sappiamo che la finalità di questi processi non è mai solo una delibera, tantomeno la difesa per “stare tranquilli”, spesso non è neanche il luogo che conta.

Anche perché coloro che animano e dedicano il tempo a queste esperienze sanno bene che una delibera per quanto si tratti di un importantissimo precedente giuridico, che apre sempre nuove strade alla partecipazione diretta della cittadinanza e all’autodeterminazione degli abitanti di un territorio – può essere strappata in poco tempo da un amministratore poco sensibile e a vocazione autoritaria, quindi l’unica modalità è quella di continuare a costruire legittimità con la pratica quotidiana tanto in città quanto altrove, dove oggi Napoli con l’Asilo, Santa Fede e gli altri beni comuni è ampiamente riconosciuta in ambito internazionale come caso di studio virtuoso e come Good Practices city. Arrivati a questo punto è difficile immaginare la fine dell’Asilo, anche perchè a subire un danno culturale sarebbe la città tutta, dunque spetterà sicuramente a quest’ultima stabilire se intervenire o meno in caso di difficoltà.

Il Sindaco de Magistris si è insediato in uno dei momenti più difficili che la città abbia conosciuto dal dopoguerra in poi ed ha saputo resistere anche quando sembrava impossibile. Nonostante le tantissime problematiche che ogni giorno continuiamo a vivere, la città ha saputo rilanciarsi anche grazie a un grande impegno collettivo. Non amo la parola rinascimento culturale, ma posso dire che oggi a Napoli sono tanti gli artisti (e non solo) che tornano o che scelgono la città per i loro progetti, perché da sempre terreno fertile per le sperimentazioni, e perchè oggi più che mai disseminata di nuclei accoglienti e inclusivi. 

“L’Armata dei Sonnambuli” regia di Pino Carbone. Foto di Claudia Nuzzo

Ma la crisi è qualcosa che riguarda tutto il paese. Con gli ultimi tagli l’Italia è l’ultima in Europa in investimento culturale, sorpassata anche dalla Grecia, per non parlare dell’istruzione, del sociale e della ricerca. 

Siamo passati dalla “cultura non fa mangiare” di Berlusconi, alla “cultura deve camminare con le sue gambe” di Renzi, retoriche dal sapore neoliberista molto pericolose. 

Il teatro si sa non può vivere di solo botteghino, è un settore a economia stagnante, in cui i costi sono per lo più superiori ai ricavi, e dunque ha necessità del sostegno pubblico.

Il calendario dell’Asilo si compila pubblicamente ogni lunedì da 7 anni durante l’assemblea di gestione. Tutti possono parteciparvi, chiunque ne esprime la volontà può contribuire alla vita della comunità in ogni momento. Negli ultimi anni sono stato molto in giro per le tournée teatrali, alle poche assemblee a cui ho partecipato ho trovato una comunità di persone sempre più ampia e diversificata, sempre tante facce nuove pronte a collaborare, a facilitare le assemblee e a dare sostegno a chi richiede gli spazi; credo che questo sia il senso di comunità aperta e in divenire. E’ un calendario zeppo di iniziative e attività che in nessun altro luogo esiste.

“Il contratto” di Eduardo De Filippo regia di Pino Carbone. Nella foto con Fabio Rossi, Francesca De Nicolais e Annacarla Broegg nello scatto di Pepe Russo

L’Asilo, vive e lascia vivere le sue esperienza da sette anni; solo nel campo del teatro ha accolto centinaia di compagnie che altrove non avrebbero potuto provare. Per questo diventa poco comprensibile la critica di qualche direttore di teatro privato che lamenta il fatto che l’Asilo non paghi bollette e altri servizi. L’Asilo non è un teatro privato, non è assegnato a un gruppo o a un direttore, è uno spazio pubblico che svolge, secondo i principi inclusivi dell’uso civico, e attraverso il sostegno volontario di tante persone, attività che aiutano tutto il comparto artistico e culturale. Non fa una stagione teatrale in concorrenza con gli altri spazi privati, al contrario, tra le tante cose, si preoccupa di far provare gratuitamente le compagnie indipendenti affinché queste possano permettersi con maggiore agilità la possibilità di partecipare alle stagioni di quegli stessi teatri privati. Non è uno spazio “concorrente”, al contrario sopperisce alle difficoltà di un sistema sempre più crisi, nell’interesse di chi è più fragile.

Napoli è una città immensamente creativa, nel mondo artistico è senz’altro un paese a parte, con tante diversità e voglia di sperimentare e con operatori anche piuttosto vivaci. La situazione teatrale a Napoli resta però sempre molto precaria.

“Miseria e Nobiltà” regia di Luciano Melchionna. In foto con Lello Arena nello scatto di Luigi Maffettone

Tra i teatri che offrono maggiori elementi di novità c’è sicuramente il Bellini, che attraverso il suo ricco cartellone, non solo di spettacoli teatrali, sembra assolvere una funzione pubblica sicuramente maggiore di quella del Teatro Stabile di Napoli, ilMercadante, il nostro teatro nazionale, che in questi anni, nonostante sia a completa partecipazione pubblica, ha attuato una politica attenta solo alle esigenze del botteghino e degli scambi distributivi, entrando spesso in concorrenza con i teatri privati, trascurando il teatro contemporaneo e quello più sperimentale.

A settembre sarò in scena il 13 e il 14 in Sala Assoli con lo spettacolo “Casting per un film dal Woyzeck”, diretto dalla regista Annalisa D’Amato, con la drammaturgia di Maurizio Braucci e con un gruppo di giovanissimi attori in formazione provenienti da diversi quartieri di Napoli. Spettacolo preparato in questo mese di luglio proprio a l’Asilo in un clima di grande creatività.

Da ottobre sarò in tournée con due produzioni Ente Teatro Cronaca, due lavori firmati da Luciano Melchionna, interpretati dal grande Lello Arena affiancato da un’affiatata e numerosa compagnia: Miseria e Nobiltà di Eduardo Scarpetta che arriverà a Napoli a Natale al Teatro San Ferdinando, e Parenti Serpenti, uno spettacolo cult giunto ormai al quarto anno di tournée, che torna a Napoli a marzo al Teatro Sannazaro

La foto di copertina è di Claudia Nuzzo, cui va il nostro ringraziamento

Vincenza Muto

Appassionata di politica e comunicazione, antifascista e militante in diversi collettivi durante gli anni trascorsi alla facoltà di sociologia, mi sono sempre dedicata a tematiche sociali. Mi sono impegnata nelle battaglie per l’acqua pubblica, nella difesa della scuola pubblica, ho lottato per difendere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, per i diritti civili e per l'autodeterminazione delle donne e in generale lotto per la difesa dei diritti della fasce più deboli della società.
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