Al ventre della città dalla mente dell’Architetto

La Stazione metro di Uberto Siola propone un “concept” di interconnessione tra sistemi urbani, infrastrutture, architettura e le altre forme di arte

Piazza Santa Maria degli Angeli, esterno giorno. Comincia così la visita ad un pezzo di architettura destinato a diventare un’icona della città, a cambiare le sue abitudini.

Mi incammino discendendo la rampa elicoidale per incontrare l’opera di Uberto Siola, padre di questo intervento che raccorda due livelli sovrapposti della città assecondandone le peculiari caratteristiche morfologiche ed urbanistiche ed offrendo un contributo fondamentale al consolidamento del nuovo archetipo che attribuisce all’edificio di stazione una missione più complessa rispetto a quella classica di raccogliere l’utenza per portarla verso un servizio di trasporto e gli attribuisce la dignità di intervento urbano.

La stazione di Chiaja della Linea 6 della Metropolitana di Napoli è pensata come un’esperienza urbana e culturale complessiva vivendo la quale – provocatoriamente – potremmo affermare che esiste anche la possibilità di usufruire di un servizio di trasporto di massa. È pensata, inoltre, per essere un’opera che ripaghi la città per i disagi arrecati da anni di cantieri e la collettività per la massa di denaro investita nella sua costruzione.
FullSizeRenderSu quest’ultimo punto è bene soffermarsi introducendo anche qualche considerazione sul rapporto tra il trasporto di massa e la città e sulla valenza strategica di questa stazione in particolare: la collocazione immediatamente a Sud del Ponte di Chiaja ed il suo attraversare due livelli sovrapposti della città – Monte di Dio e via Chiaja – consente alla stazione Chiaja di massimizzare il proprio bacino di utenza e di rivendicare a giusto titolo un ruolo di intervento di mobilità verticale tra i più significativi in una città che, per caratteristiche morfologiche, ne avrebbe grande bisogno.

La stazione Chiaja si configura, pertanto, sotto un profilo squisitamente tecnico come un’infrastruttura a servizio di uno dei bacini “duali” – nel caso di specie “Monte di Dio/Chiaja” – che possiamo individuare nella nostra città e che una sana pianificazione degli investimenti avrebbe dovuto dotare già da anni di opere di raccordo capaci di valorizzarli ed interconnetterli tra di loro e con il resto della città.
Pensiamo, ad esempio, ad altri bacini “duali” come “Sanità/Capodimonte” o “San Luigi/Petrarca” che pure meriterebbero ad interventi urbani di questo segno.

Dello stesso segno è la lettura della stazione come contributo culturale: la stazione Chiaja non si configura come una stazione che ospita pezzi d’arte ma come un pezzo di architettura che dialoga con le altre arti e con gli elementi architettonici ed urbanistici in un’opera di interconnessione volta a costruire un’esperienza culturale.

FullSizeRender (1)La stazione si presenta come una sovrapposizione di forme geometriche elementari. Dal basso verso l’alto abbiamo il tunnel ferroviario che si presenta disallineato rispetto agli assi dell’edificio cubico che la sovrasta. L’elemento di raccordo tra il tunnel ferroviario ed il cubo, elemento centrale di cui diremo in seguito, è una cupola che con il suo carattere di simmetria fa “perdere l’orientamento” al viaggiatore che finisce per non rendersi conto della rottura della simmetria dell’edificio. Alla sommità del cubo si arriva al livello di via Chiaja, alla quale la stazione accede per mezzo di alcuni locali che un tempo ospitavano una tra le tante botteghe che la affollano.
L’edificio prosegue verso l’alto con un cilindro sulle pareti del quale è ricavato un percorso elicoidale, svincolato dall’esercizio della metropolitana, terminato il quale si giunge al livello di piazza Santa Maria degli Angeli che ospita la cupola trasparente che contente ai raggi del Sole di illuminare l’intero edificio fino al livello ferroviario 46 metri più in basso.

Cilindro, cupola, cubo, cilindro e di nuovo cupola, in una sovrapposizione di elementi figlia di un ragionamento tenacemente razionale e senza eccezioni narcisistiche che affonda i propri presupposti nella tecnica della giustapposizione delle parti, in questo caso utilizzata esplicitamente nella declinazione e nella spiegazione al visitatore del concept multifunzionale dell’opera, rispettando appieno il ruolo dell’architettura nel panorama delle arti cui appartiene ma nel rispetto della sua peculiarità che è quella di poter mai rinunciare in nessun modo alla sua natura di disciplina sociale.

Nella declinazione del tema dell’interconnessione – vero e proprio leitmotiv dell’intervento urbano – si inquadra perfettamente la scelta di affidare ad un artista completo come Peter Greenaway il compito di animare l’edificio cubico trasformandolo in una sorta di “lanterna magica” su scala urbana, nel luogo dove si concretizza il livello culturale dell’esperienza di interconnessione alla base del concept di progetto.

Una nuova icona di bellezza della nostra città capace di rifletterne la luce propria dal sottosuolo è ormai prossima ad essere svelata al mondo.
Nonostante i ritardi indotti dall’incidente al palazzo Guevara di Bovino, dai ritrovamenti di piazza Municipio e dai buchi di liquidità, alla stazione Chiaja mancano ormai solo le finiture e la parte impiantistica lasciando intravedere, è il caso di dirlo, la luce in fondo al tunnel. Tuttavia, è facile prevedere che la sua fruizione e l’effettivo beneficio che porterà alla mobilità cittadina dipenda fortemente dall’apertura della stazione immediatamente successiva, ovvero l’hub di piazza Municipio, che conferirà all’intera Linea 6 una missione ben definita di estensione verso Ovest del servizio su ferro ad alta qualità di cui la città ha deciso di dotarsi, nella speranza che questo percorso di modernizzazione delle infrastrutture e di creazione di nuovi incontri tra forme d’arte cittadine continui sviluppando la sinergia tra le infrastrutture esistenti e la valorizzazione della bellezza urbana che caratterizza la nostra città.

Luca Toscano

 

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