Al tempo del contagio, Imma Villa è Scannasurice

Resistenza a teatro. All'Elicantropo, sino al pre virus, è andato in scena "Scannasurice" di Moscato, testo di drammatica attualità,regia di Carlo Cerciello magistrale l’interpretazione di Imma Villa

scritto da Antonio Grieco

Sino al primo decreto governativo anti-contagio, al Teatro Elicantropo – dove è andato in scena per alcuni giorni “Scannasurice” (scanna topi) di Enzo Moscato, per la regia di Carlo Cerciello con Imma Villa protagonista – si è spesso registrato il tutto esaurito.

Poi anche il piccolo spazio dei Gerolamini, come altri teatri cittadini, è stato costretto a chiudere, e noi non possiamo che associarci all’appello rivolto nei giorni scorsi alle istituzioni dai tanti lavoratori dello spettacolo per difendere la dignità del proprio lavoro e allontanare lo spettro della disoccupazione.

Consapevoli, tra l’altro, che il teatro è un insopprimibile luogo di civiltà che non può essere assolutamente abbandonato a sé stesso in una inaccettabile condizione di precarietà. Lo dimostra, del resto, proprio a Napoli la storia dell’Elicantropo che insieme a altri piccoli teatri e associazioni culturali, ha provato in questi anni a contrastare degrado e marginalità sociale, interagendo con il territorio con una programmazione che si è sempre distinta per scelte radicali e innovative.

Non a caso qui, Cerciello – se non andiamo errati circa dieci anni fa – rese omaggio allo scrittore portoghese premio Nobel Josè Saramago adattando “Cecità” (col titolo “Il contagio”), il suo capolavoro di cui oggi molto si parla per la sua trama apocalittica (e purtroppo tremendamente attuale).

Il romanzo narra infatti, di un uomo che diventa improvvisamente cieco (il cieco numero uno), del diffondersi del virus della cecità negli abitanti di una città immaginaria, e della decisione del governo di rinchiudere quasi tutti i non vedenti in diversi edifici per evitare il diffondersi del contagio. Per lo scenario claustrofobico in cui si svolge, sembra che in “Scannasurice” qualche filo che lo unisca al romanzo di Saramago in fondo sia possibile rintracciarlo. Il lavoro del drammaturgo napoletano (da cui parte la nostra riflessione e che abbiamo visto in una precedente edizione sempre con Villa in scena e la regia di Cerciello) crediamo richieda una doverosa premessa.

Per Moscato, i travestiti esprimono l’esigenza del cambiamento, della trasmutazione, del viaggio. Probabilmente sono anche specchio di conflitti che in una società postmoderna lacerano comunità e individui. Questo sguardo dell’autore attore napoletano così drammaticamente dentro la vita, già agli inizi degli anni Ottanta – come in Annibale Ruccello, suo sodale – sembrò alludere a solitudini senza via di scampo, all’angoscia e al disagio di vivere di una umanità esclusa dalla Storia.

Negazione della diversità, marginalità, precarietà esistenziale, la sua poetica, lontana da qualsiasi immagine oleografica della nostra città, evoca tutto questo, spingendoci a riscoprire il senso ultimo della nostra esistenza insieme alla memoria dispersa della nostra comunità; una drammaturgia visionaria, questa di Moscato, che si allontana dalla tradizione senza però mai negarla del tutto, reinventandola anzi con assoluto rigore nella scrittura scenica: soprattutto nella Lingua, allo stesso tempo – come sottolinea in una nota a “Scannasurice” -non napoletana e napoletanissima, astratta e, al contempo, materica, corposa. Aggiungiamo che in un periodo che annunciava una mutazione sul piano politico e culturale per nulla rassicurante, con Ruccello e Antonio Neiwiller– autori attori tra loro diversissimi ma accomunati dallo stesso rifiuto del Potere come dell’omologazione dell’arte e delle idee – egli vide oltre la palude, resistendo al conformismo dilagante nel villaggio globale dello Spettacolo.

In qualche modo, soprattutto se pensiamo ai disastri umani di questo inizio di millennio, possiamo infine dire che con pochi altri compagni di viaggio, e partendo dal microcosmo napoletano, Moscato colse in anticipo questo mondo che rifiuta l’incontro con l’altro e ogni giorno cancella quel che resta della sua umanità. Ecco allora che con “Scannasurice”, uno dei suoi primi testi teatrali del 1982, ci troviamo nel cuore di un teatro che prende le distanze non solo dal modello eduardiano ma anche da una sperimentazione teatrale che allora sembrava lasciare sullo sfondo, insieme alla parola, lo sguardo, l’agire attorico, la materia viva del teatro. “Scannasurice” si svolge in un contesto tragico.

Siamo a Napoli, qualche tempo dopo il terremoto del 1980. Difficile, rivedendo questo monologo, non pensare a quel senso d’incertezza, di precarietà (e di morte) che segna oggi in ogni latitudine le nostre comunità. E quel “bum-bum”, quel “tremola-tutto”, che di tanto in tanto ritorna come un gong nella messa in scena, ci giunge sempre come un monito a non dimenticare.

A pensarci bene, poi, il femminiello protagonista di questa pièce è nient’altro che uno “scarto”, un anonimo resto metropolitano che, nel più assoluto isolamento, vive in “una stamberga squallidissima, tra i topi – con cui parla, litiga, stabilendo strani rapporti di convivenza – e rifiuti di ogni genere. Per lui, i topi (“che sono una razza sporca fetente… unica e compatta solidale nella sua fede”) sono il mondo esterno, anche quella gente che dopo il terremoto si è trasferita nelle zone nobili della città col solo desiderio di salire i gradini della scala sociale. Dall’identità androgina e vestito in modo trasandato, Scannasurice si prostituisce ai Quartieri Spagnoli, un po’ come Rosalinda Sprint di Scende giù per Toledo di Giuseppe Padroni Griffi, uno dei romanzi più intensi della letteratura italiana del Novecento.

Ma dal suo  delirio, dalla sua pasoliniana disperata vitalità, traspare soprattutto un grande e puro bisogno d’amore, che commuove nelle parole rivolte al giovane studente (“ancora insicuro”): “E io ti aspetto, oì, io ti aspetto: c’ ‘o sole…”. In “nuce”, comunque, si scorgono in questo testo molti dei miti, delle illuminazioni e dei simboli che hanno contribuito a rendere unico lo sguardo di Moscato. Si pensi, ad esempio, alla storia – una storia di miseria, d’innocenza, e di fantasmi – dei due giovani sposi, “cu na creatura piccerella ca steva ancora dint’ ‘e fasce”, che finalmente trovano casa, ma è una casa invasa dai fantasmi e sono costretti a fuggire; un racconto favolistico di struggente umanità, che ritroveremo nella pièce teatrale “Spiritilli” ed anche nel suo adattamento filmico “Ritornanti”. Ma ciò che sorprende nella messa in scena di Scannasurice è ancora la magistrale prova attoriale di Imma Villa, che dà volto ed anima ad un personaggio ambiguo, delirante, in preda a un perenne stato allucinatorio.

Osservarla qui modulare in infiniti registri espressivi, corpo, lingua, gesto, sguardo; vederla dialogare e indispettirsi con i topi; o sbucare con tutta la sua vitalità animalesca da quelle tane scolpite in una grigia parete di cemento, emoziona e riconcilia con il teatro: con il teatro inteso come corpo in scena, poesia, fuoco che illumina e ci permette di scoprire le molteplici, nascoste trame del nostro vissuto. Rigorosa la regia di Carlo Cerciello che negli anni ha reso questo fondamentale testo della nostra drammaturgia sempre più vivo e attuale. Surreale la scena di Roberto Crea, che ha ideato uno spazio metaforico, misterioso e inconoscibile. Splendide le luci di Cesare Accetta; molto bene anche il suono di Ubert Westkemper, le musiche originali di Paolo Colletta, i costumi di Daniela Ciancio.

 

Un commento

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  • Maria Luisa Crudele Borgia
    15 marzo 2020 at 16:46 - Reply

    Anche questa pièce teatrale, cui si riferisce Antonio Grieco, ha avuto molto successo, registrando il tutto esaurito, perché risulta quanto mai attuale.
    Peccato che ha dovuto subire un’interruzione forzata come tutte le altre opere teatrali,visto il momento che stiamo vivendo. Alla tragedia del virus che si diffonde rapidamente,c’è l’interruzione di tante attività che aumentano vertiginosamente il numero di disoccupati.