Afghanistan anno zero

Il Paese attaccato e semidistrutto venti anni fa per "importare" democrazia, è stato abbandonato al suo destino. condizione femminile azzerata, siamo oltre la nascita di una "controriforma afgana"

Scritto da Francesco Soverina

È trascorso un ventennio e, con la caduta di Kabul in mano ai talebani, il 15 agosto 2021, sembra che si sia tornati all’«anno zero», al punto di partenza di un periodo apertosi con l’11 settembre 2001, quando tre aerei dirottati da terroristi suicidi si schiantano contro le Torri Gemelle di New York e un’ala del Pentagono, mentre un quarto precipita in Pennsylvania: 2600 morti, 250 feriti. Vengono, così, colpiti i simboli del potere economico e militare degli Usa, viene violata l’invulnerabilità del loro territorio nazionale. È il più clamoroso attentato mai realizzato. Enorme è l’impressione in tutto il mondo; la solidarietà in Occidente verso gli Stati Uniti viene espressa dall’affermazione, ripetuta incessantemente da media ed esponenti politici, secondo cui «siamo tutti americani».

La responsabilità di quei gravissimi fatti è di Al Qaeda, l’organizzazione islamista fondata da Osama bin Laden, che si prefigge la sconfitta della repubblica nordamericana e il rovesciamento dei gruppi dirigenti arabi ad essa alleati.

La rete terroristica approntata dal miliardario saudita, con l’apporto determinante dell’ideologo egiziano Al Zahawiri, è la massima espressione in quel momento del jihadismo, la punta di diamante dell’Islam politico, che si configura come un contradittorio «prodotto della modernità» (Olivier Roy), non tanto perché si serve strumentalmente di mezzi moderni, ma soprattutto perché è un esito delle battute d’arresto, delle difficoltà dei processi di modernizzazione avviatisi con il gigantesco fenomeno storico della decolonizzazione. L’uso politico dell’Islam capitalizza la delusione per le promesse non mantenute dalle élites nazionaliste, raccogliendo il consenso di coloro che si volgono all’Islam in quanto elemento di identità, di differenziazione dai modelli occidentali.

Percepito come un autentico spartiacque – a caldo si asserisce che «nulla sarà più come prima» –, il micidiale colpo subito dagli Usa pare mettere fine all’età del «dopo guerra fredda», inauguratasi con il crollo del Muro di Berlino nel novembre 1989, e dischiudere un altro capitolo all’insegna di una notevole instabilità. Il presidente repubblicano George W. Bush dichiara, in quel frangente, che la risposta degli Usa consisterà in «una battaglia monumentale del bene contro il male» e di lì a poco intraprende la crociata contro quello che viene definito «il terrorismo globale».

Le guerre dell’Enduring Freedom

All’inedita aggressione del radicalismo islamico il governo di Washington reagisce con la strategia dell’Enduring Freedom («Libertà duratura»), la cui prima tappa è la guerra nell’autunno 2001 contro il regime dei talebani afghani, reo di ospitare i campi di Al Qaeda. Con l’invasione dell’Afghanistan e l’insediamento stabile e basi militari in quell’impervio Paese, l’amministrazione di Bush jr si ripromette di allungare le mani su una zona nevralgica per il passaggio di gasdotti e oleodotti, che consente inoltre di far sentire il fiato sul collo a Cina e India, nonché di proiettarsi verso l’Asia Centrale, in modo da tentare di sottrarre alla Russia il controllo sulle repubbliche ex sovietiche e sulle fonti energetiche del Mar Caspio.

È bene rammentare, specialmente a quanti hanno memoria corta, che al tempo della guerra antisovietica (1979-1989) i guerriglieri reclutati da Bin Laden, al pari degli altri mujaheddin, vengono foraggiati ed equipaggiati dal Pakistan, dall’Arabia Saudita e dagli Usa ed esaltati come Freedom fighters («combattenti della libertà»). La jihad afghana contro il «Satana comunista» si rivelerà un’esperienza decisiva, un laboratorio in cui si condensano tutti gli elementi dell’islamismo radicale. I campi di addestramento di Peshawar si trasformano man mano nelle sue università, in centri di diffusione dell’ideologia panislamista.

Gli scontri in Afghanistan non cesseranno con il ritiro dell’Armata Rossa nel febbraio 1989 e neppure con lo sfaldamento del locale regime comunista. Anzi, per quattro anni divamperà la guerra civile, sino a quando nel 1996 si impongono i talebani, «gli studenti di Dio», formatisi nelle scuole coraniche, le madrasa deobandi. Creature dei servizi segreti pakistani, che scommettono sulla carta del fondamentalismo sunnita, i talebani – turbante in testa e barba lunga – instaurano un regime del terrore, a scapito soprattutto delle donne e dei minori, rendendosi responsabili di una macroscopica violazione dei diritti umani, tollerata nel consesso internazionale fino al 2001, in quanto potenze come il Pakistan e gli Usa sono interessate agli oleodotti afghani capaci di drenare il petrolio del Mar Caspio, che è agognato anche da iraniani e russi.

Nell’intento di preservare agli Usa la condizione di «iperpotenza» (Hubert Védrine), la Casa Bianca a guida repubblicana si affida al rafforzamento della propria superiorità militare e tecnologica, applicando – sulla base di una colossale menzogna mediatica – per la prima volta in Iraq, nel 2003, la strategia della «guerra preventiva».

La vittoria del corpo di spedizione anglo-americano porta sì alla decomposizione della sanguinaria dittatura di Saddam Hussein, che sarà impiccato il 31 dicembre 2006, ma anche alla cruenta destabilizzazione dell’intero Paese e delle zone confinanti, ad un estenuante dopoguerra, caratterizzato dalla lotta senza quartiere contro il composito fronte della resistenza irachena.

Al susseguirsi degli agguati e attentati si risponde con brutale durezza: le truppe statunitensi arrivano ad impiegare bombe al fosforo e uranio impoverito nell’offensiva lanciata contro Falluja nel novembre 2004. Il gorgo in cui è risucchiata l’area compresa tra l’Iraq occidentale e il Nord-Est della Siria, Paese sconvolto dal 2011 da una terribile guerra civile, permetterà, il 29 giugno 2014, all’Isis, l’organizzazione jidahista nata da una costola di Al Qaeda e divenuta sua acerrima rivale, di proclamare la fondazione dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, destinato a durare fino al 2017, allorché una coalizione internazionale capeggiata dagli Usa e dalla Russia di Putin metterà fine alla sua esistenza.

Una complessa partita geopolitica

 Queste vicende, ma specialmente la precipitosa fuga dall’Afghanistan, nell’agosto 2021, di quello che rimane l’esercito più potente al mondo e il repentino disfacimento dell’Armata nazionale di Kabul sono ulteriori segnali di un processo in corso da tempo, il tramonto della leadership globale degli Usa, che nell’intervento all’estero più lungo della loro storia hanno speso oltre 2.000 miliardi di dollari. A tal proposito è da tenere presente l’analisi sviluppata da Paul Kennedy in un libro uscito nel lontano 1987 (Ascesa e declino delle grandi potenze), incentrato sulla tesi secondo cui nel corso dei secoli molti imperi, a partire da quello di Filippo II, si sono inabissati per collasso finanziario da eccessiva dilatazione delle spese militari.

Con la rinuncia degli Usa al loro ruolo di «gendarme del mondo», attestata dal maldestro disimpegno in Afghanistan, si fa più complicata e complessa la partita geopolitica sullo scacchiere planetario, in particolare nel quadrante afghano, che durante l’Ottocento – non lo si dimentichi – è stato al centro del «grande gioco», dell’aspra contrapposizione tra Gran Bretagna e Russia zarista e nel Novecento non ha visto diminuire la sua importanza strategica, divenendo il teatro di interminabili conflitti, contraddistinti dall’intreccio di fattori interni e internazionali.

Ad avere a cuore la “pacificazione”, quanto meno relativa, dell’Afghanistan sono in molti, soprattutto il Pakistan e la Cina di Xi Jinping. Il primo – a sua volta Stato fortemente instabile e alleato infido di Washington – ha bisogno di disporre nel vicino Afghanistan di un retroterra strategico per potersi dedicare alla contesa con l’India, che è la sua vera, irriducibile nemica. Alla seconda preme che non sia intralciata la «Via della seta» e che possa accaparrarsi la riserva di minerali sotterranei – la maggiore al mondo – di questo rilevante crocevia dell’Asia centrale. Badando a non insediarsi militarmente in territori che si sono rivelati quasi impossibili da sottomettere, Pechino vuole da un lato blindare il confine con l’Afghanistan, per impedire qualsiasi contatto fra i talebani e gli islamisti Uiguri dello Xinjiang, dall’altro intende consolidare l’asse con il Pakistan, che considera il suo sbocco sull’Oceano Indiano e in cui possiede già un porto. Verso la situazione afghana mostrano estrema attenzione la Russia di Putin e la Turchia di Erdoğan, il cui dinamismo, le cui velleità neo-ottomane sono finanziariamente supportate dal Qatar, la petro-monarchia, proprietaria peraltro dei club calcistici più ricchi d’Europa: il Paris Saint Germain e il Manchester City.

Resta da vedere come si muoveranno gli Usa, da un lato inclini ad assecondare le possenti spinte neo-isolazioniste, affiorate già da tempo nella loro opinione pubblica, dall’altro costretti a recuperare la loro credibilità in campo internazionale, dal momento che il prestigio è una risorsa simbolica fondamentale per qualsiasi potenza imperialistica, tanto più per Washington. Non a caso il presidente Joe Biden sta concentrando gran parte delle sue riserve strategico-militari nel Mar della Cina, verso l’Indo-Pacifico, la cruciale area in cui si deciderà quale dimensione e profilo globale avranno in futuro gli Usa.

Le inascoltate lezioni della storia

«La storia è maestra, ma non ha scolari», verrebbe voglia di ripetere con Antonio Gramsci, meditando sull’abortito tentativo di Washington di «esportare la democrazia» in Afghanistan. L’establishment statunitense – è evidente – non ha fatto tesoro né della lezione in Vietnam del Sud, né dell’insuccesso – proprio in Afghanistan – dell’Armata Rossa, che aveva fra l’altro avallato i provvedimenti calati dall’alto del regime filosovietico di Babrak Karmal, tesi a introdurre elementi di modernizzazione in una realtà arcaica e rurale. Nonostante le novità positive che hanno riguardato, in ambito essenzialmente urbano, le donne e i giovani, tra cui l’accesso agli studi e all’università, è miseramente naufragato il progetto di Nation-building perseguito dagli Usa, ammesso che questo fosse il vero scopo della loro “missione”.

Il fallimento più eclatante è stato certificato dalla fulminea avanzata dei talebani, consentita dalla rapidissima dissoluzione dell’esercito regolare, minato da una dilagante corruzione. Dei 270.000 effettivi almeno un terzo era costituito da reclute non addestrate, che avevano rimpiazzato caduti, feriti, disertori o congedati; in più c’era una quota “fantasma” di soldati che non si presentavano, ma la cui assenza non veniva denunciata dai superiori, che in questo modo continuavano a percepirne gli stipendi. Per non parlare dell’ignominioso abbandono del suo posto da parte del presidente Ashraf Ghani, fuggito con quattro automobili e un elicottero pieni di soldi in contante.

Tragico risulta il bilancio di una ventennale operazione che ha portato, il 2 maggio 2011, all’eliminazione in Pakistan di Bin Laden, lo «sceicco del terrore», il capo di Al Qaeda, artefice nel periodo della sua massima espansione, tra il settembre 2001 e il luglio 2005, di oltre 30 attentati, in cui muoiono più di 4.000 persone. Elevato è comunque il prezzo in termini vite umane della lunga «guerra umanitaria» in Afghanistan: 241.000 morti, di cui 70.000 fra i civili, un numero alto di feriti e mutilati in uno dei Paesi più minati sulla Terra. Indimenticabili le sequenze di Viaggio a Kandahar (2001), in cui piovono dal cielo, agganciate ai paracadute, tante protesi di mani e gambe. Il drammatico film dell’iraniano Mohsen Makhmalbaf documenta, come meglio non si potrebbe, la dura condizione delle donne afghane, aggravata dalla violenza misogina dei talebani.

Con il loro ritorno al potere si sono materializzati gli incubi del passato e il senso di impotenza. Ad onta delle rassicuranti dichiarazioni del loro portavoce, Zabihullah Mujahid, un corto-circuito temporale sembra condannare le afghane a rivivere l’agghiacciante esperienza degli anni tra il 1996 e il 2001, quando gli «studenti del Corano» hanno imposto una lunga lista di vessatorie, umilianti restrizioni all’«altra metà del cielo», all’«anello debole» di quelle martoriate comunità.

È azzardato ora fare previsioni sull’andamento della situazione afghana, specialmente dopo l’attentato del 26 agosto 2021 nei pressi dell’aeroporto di Kabul (170 le vittime), ad opera di kamikaze dell’Isis Khorasan, un segmento della galassia islamista che si è posta in mortale competizione con i talebani. È certo, però, che essa evolverà mentre i cambiamenti climatici si fanno sempre più traumatici; mentre è ancora in atto la pandemia da Covid-19 ed è in corso una pericolosa transizione egemonica.

 

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