Adolfo Ferraro: Il mio ricordo di Dario Fo

Diario del nostro collaboratore su una antica amicizia nata in un manicomio

Una mattina di maggio di dieci anni fa Dario Fo piombò quasi all’improvviso nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa , dove allora lavoravo. Era un robusto e raffinato signore ed era venuto a conoscere di persona quello che all’epoca accadeva in quel luogo . E  si accorse, nonostante le prevenzioni che hanno tutti quelli che entrano in un manicomio , che le energie che investivamo per cambiare l’istituzione totale stavano – almeno all’epoca – dando i suoi frutti. Di quelle giornate passate  insieme rimangono alcune foto , una trasmissione televisiva dal titolo “Nobel da slegare” e alcuni articoli e dichiarazioni che Fo scrisse su quello che aveva visto e , proprio perché aveva visto , ci trattò con grande rispetto e riconoscenza per quello che stavamo facendo. Per questo ci mantenemmo in contatto per molto tempo , almeno fino alla morte  di Franca.

dariofoPer me quella  non era la prima volta che lo incontravo: lo avevo visto spesso in televisione , compresa una Canzonissima di tanti anni prima  da cui fu cacciato per una censura democristiana che all’epoca imperava , anche se io ero troppo piccolo per capire .

Lo seguii ancora quando cominciò con maggiore nettezza a seguire un percorso “politicodel teatro , e fui spesso ospite alla Palazzina Liberty di Milano dove aveva stabilito alla metà degli anni settanta il suo quartier generale , un luogo coacervo di energie e stimoli che spesso necessitavano contenimenti in reazione ad un pensiero dell’epoca relativo alla creatività e alla libertà personale.

Ma era nella leggerezza con cui affrontava la vita ( una solida leggerezza )  e  che si accompagnava ad un rigore e una professionalità che in pochi ho visto, che si capiva lo spessore dell’uomo e dell’artista.

Era uno che aveva cambiato il concetto del teatro e della rappresentazione , fuori dagli schemi polverosi dell’ufficialità mummificata  sostenuta da  contributi statali di dubbia provenienza . Era uno che aveva allargato il palcoscenico , facendolo divenire agorà , piazza , luogo di incontro e a volte di scontro e  sempre comunque di discussione.

Alla fine dei suoi spettacoli il lavoro continuava , magari davanti a un bicchiere di vino in una osteria di quelle che non ci sono più , a parlare di politica e di libertà.

Prendendo  in giro  i poliziotti in borghese che lo seguivano ovunque lui andasse allora ( era considerato evidentemente un sovversivo) , con la piena consapevolezza che essere il buffone di corte  gli permetteva di rendere buffo il mistero della vita.

dario-fo-e1424711406967Per questo  ha cantato fino alla fine , come ci raccontano , rendendo lieve la morte e le sofferenze che si accompagnano , insegnandoci ancora una volta che “Il riso è sacro” , come amava dire , ma non  riferendosi alla risata dello sciocco senza cultura,  ma a quella forma  creativa che libera la mente e aumenta le endorfine ( e quindi la creatività) come la prima risata di un neonato.

Ci ha insegnato che è da lì che cambia il mondo , da una visione aperta e di solida  leggerezza si intravedono nuove vie . Che quello spazio di confine che ha frequentato e in cui ci ha accompagnato non era una linea netta  , ma piuttosto  un luogo . Un luogo in cui spaziare e trovare senza bisogno di cercare.

E in questo senso era un ricercatore .  Ci ha insegnato come nell’arte e nella vita la ricerca  è modalità anomala e rara, quando vengono escluse  l’intelligenza la curiosità  e la voglia di scoperta, evitando o disconfermando quel labile confine che si colloca fra i due significati antitetici e contraddittori di  normalità ed anormalità , una zona definita grigia , ma in realtà carica di colori.

mostra_dario_fo_novellaraCi ha fatto conoscere il mondo e noi stessi , con quel gramelot istintivo che diventava lingua universale per capirci e starci vicino , ha raccontato con gli occhi del bambino curioso –  ma non sprovveduto –  fiabe e racconti e diversa maniera di mantenersi onesti .

Ci ha raccontato ed insegnato  che abbassare la testa è sempre un crimine.

Toccherà a noi , adesso , ricordarci che lui diceva che l’uomo senza idee è un imbecille , come lui l’aveva ricordato da Voltaire , e fare in modo che quello che ci ha lasciato e ci ha insegnato , ad ognuno di noi , non vada perso nelle vie delle città che prenderanno il suo nome , ma nei cuori di chi continuerà a conoscerlo.

Una volta mi ha detto :  quando bevi l’acqua di un pozzo ricordati sempre che c’è stato qualcuno che l’ha scavato per te

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