Addio al compagno Nikolaj

Era l’ultimo sopravissuto della pattuglia che issò la bandiera rossa su Berlino nazista

La battaglia infuriava, i boati di bombe, le saette dei mitra, le urla dei morenti e degli impauriti, la battaglia era violenta dura, i giusti erano a pochi centimetri dal traguardo, nessuno glielo avrebbe potuto più impedire, ma la cosa più stupida che ha una guerra è che vuole finire e morire il più tardi possibile, portando dietro se morti e distruzione.

Hitler era morto da qualche minuto fuggendo dalle sue responsabilità con una codardia degna di tutta quanta la sua vita di un cattivo e peggiore tra i demoni.

berlino 4Invece sotto la battaglia che infuriava il Colonnello  Nikolaj Beljaev e una piccola pattuglia dell’armata rossa entrarono nella sede del Parlamento nazista con in piccolo baule ove dentro c’era custodita la bandiera rossa dell’Unione delle Repubbliche sovietiche.

Che fosse la pattuglia capitanata da Abdulkhakim Ismailov ad issare la bandiera su Berlino lo si sapeva da tempo, Stalin stesso convocò quei ragazzi per dirgli che loro avrebbero messo la parola fine ufficialmente sui libri di storia della seconda guerra mondiale.

La Bandiera rossa veniva da Mosca e sembra sia stata scelta proprio da Stalin, qualcuno ha raccontato che con la pattuglia fosse stato chiaro, “sul parlamento di Berlino voglio questa bandiera

La pattuglia sparò colpi contro i difensori del Parlamento, ne uccise non pochi, tra cumuli di macerie  riusci ad entrare in fila indiana nel palazzo passando su pietre e con l’aria invisibile gonfia dalla polvere, detriti e fumo.

In quella condizione cominciarono a correre per le scale, la battaglia era vinta, ma tutti volevano che finisse il più presto possibile, immaginiamo un gruppo di 5 ragazzi che sale correndo per le scale, non inseguito da nessuno e certi della vittoria ma che corrono per far gustare la pace quanto prima possibile.

Tra loro e il tetto del mondo ci sono infinite rampe di scale, i gradini non sono stabili, alcune volte devono tirarsi l’un con l’altro mentre scavalcano ostacoli composti di detriti, tra di loro si danno forza, entusiasmo, si scambiano sorrisi e smorfie, la parola che più di tutte circola in quegli attimi è presto

berlino3Il tetto si avvicina, ci sono quasi, s’intravede l’ombra del lucernaio, il compagno tenente Nikolaj porta il prezioso baulotto pieno della bandiera, è avanti a tutti, corre più veloce che può, forte dei suoi venti anni e voglia di cambiare il mondo, la sua corsa verso quel tetto davvero il mondo lo cambierà tornando alla ragione. Gli altri dietro a ruota lo seguono con la stessa fretta, accompagnandosi anche ad un asta di ferro pesante lunga due metri e mezzo, è utile per fissargli la bandiera.

Sono sopra il lucernaio che è ammasso di vetri e ferro rovente difficile da superare, ma con i calci dei fucili i giovani militari superano anche questo ostacolo, escono sulla terrazza e si arrampicano sopra il punto più alto ove c’è l’asta, ammainano un bandiera,  quella della follia e della morte, pochi minuti, pochi sorrisi, Berlino è sotto i loro piedi, un cumulo di polvere e distruzione che porta via con se la follia del nazismo.

Aspettano qualche minuto l’arrivo del fotografo Evgenii Khaldei che, lavorava per l’agenzia sovietica ufficiale, la famosa Tass e arrancava sulle scale, Nikolaj finalmente apre il baule e prende la bandiera, la bacia quando era ancora piegata, la spiega e da una prima sventolata,, Nikolaj passa la bandiera al superiore Abdulkhakim Ismailov, che la lega all’asta accertandosi bene che potesse sfidare tutte le difficoltà.

Intanto è arrivato il fotografo che si posiziona 2 o 3 metri alla sua sinistra, e gli grida, –dai pianta quella bandiera!– i rumori assordanti intanto sembravano sempre più forti, Nikolaj anche si unisce alla richiesta del fotografo  –dai compagno, sistema quella bandiera, fissala là– indicandogli il dove, Ismailov comprende, fa qualche passo quasi a sporgersi oltre il cornicione, si arrampica ad una torretta distrutta per far si che fosse ancora un paio di metri più alta e osservato da tutti i suoi compagni che gridano hurrà,  fissa la bandiera che sventola vincente sul cielo di Berlino e sulla follia del nazismo.

berlino 2Gridano felici i compagni sul terrazzo –abbiamo vinto, abbiamo vinto, evviva l’unione delle repubbliche socialiste– grida il compagno Nikolaj. Poi due tre minuti di osservazione di quanto c’era sotto, la soddisfazione di aver messo fine ufficiale alla guerra più sporca mai esistita.

In quel preciso momento dopo che la bandiera dell’Unione Sovietica sventola su Berlino, tutti i militari russi, qualunque cosa stessero facendo cantarono l’inno nazionale, che per tutta Berlino echeggiò forte.

Il compagno Nikolaj era l’unico rimasto vivo di quel gruppetto di soldati che si trovava a Berlino  sopra il tetto del Parlamento, ha avuto una vita umile, non ha mai ricoperto ruoli politici, dopo la guerra forte della sua popolarità gli fu affidata una flotta navale nell’Oceano pacifico, ma poi si ritirò anche dalla carriera militare per lavorare come operaio specializzato in una fabbrica.

È rimasto comunista e compagno fino all’ultimo respiro, ancora oggi si batteva a 92 anni frequentando centri giovanili in tutta la Russia per propagandare il socialismo e ha partecipato alla costituzione di un’associazione che si occupa di storia patriottica.

Nella sostanza il compagno Nikolaj è stato un modesto uomo, probabilmente ancora oggi non cosciente di quanto sia stato importante il suo gesto, portare la bandiera sul tetto della libertà.

Quell’immagine è diventata un icona dei movimenti antifascisti e dei socialisti di tutto il mondo.

Addio Nikolaj che il Nirvana ti protegga

 

No commento

Lascia risposta

*

*