A Napoli la paura fa… Festival!!!

Si conclude con un buon successo di pubblico la prima edizione del “Napoli Horror Festival”, riuscita fusione tra cultura e intrattenimento.

di Riccardo Bruno

Nonostante la posizione un po’ defilata (l’ex base Nato di Bagnoli non è propriamente una location centrale) la prima edizione del “Napoli Horror Festival” tenutasi dal 13 al 15 settembre ha riscosso un incoraggiante successo di pubblico grazie all’ampia gamma di eventi offerti, tutti molto seguiti.

Organizzato dalla cooperativa “Mestieri del Palco” in collaborazione con la Compagnia “CRASC”, il Festival ha avuto un tema molto ambizioso: l’esplorazione dei legami tra l’Arte e la Paura.

Quest’abbinamento è stato declinato in ogni sua sfumatura e ha dato vita a eventi e performance di ogni tipo. Ce n’era davvero per tutti i gusti.

L’esposizione di locandine di film horror anni ’50 e 60’? C’era

La galleria di riproduzioni di famose opere d’arte dal soggetto horror/soprannaturale? C’era, con Bacon, Goya e Dalì a fare da padrone .

Il contest di cortometraggi horror con proiezione e premiazione delle pellicole finaliste? C’era.

Il concorso letterario di racconti horror? C’era.

La proiezione serale di film horror? C’era, con un maxischermo allestito all’aperto stile drive-in su cui sono passati classici come “L’esorcista” ma anche film più recenti come l’innovativo blockbuster “World War Z”.

Il flashmob horror? C’era.

L’immancabile conferenza di apertura? C’era, con Marco Perillo del “Mattino” che ha tenuto una vera e propria lectio magistralis sui legami tra Napoli, esoterismo e horror, spaziando dalla regina Giovanna ad Eusepia Palladino, passando per il Frankenstein di Mary Shelley e la presunta tomba di Vlad Tepes (il Conte Dracula) a Santa Maria La Nova.

Il dibattito sullo status quo del cinema italiano in generale e quello horror in particolare? C’era, con Sergio Stivaletti – mitico guru degli effetti speciali – e il critico cinematografico nonché youtuber Federico Frusciante.

La proiezione in anteprima di cortometraggi? C’era, con “Wash me” di Francesco Prisco.

La presentazione di un fumetto horror con tanto di stand? C’era, con “47 Dead man Talking” by Artsteady.

Ma non solo…

Il contest di cosplay horror? C’era, con spazio all’aperto dedicato a trucco e parrucco .

Gli intrattenitori in costume sui trampoli che giravano per il Festival? C’erano.

Simpatiche ciurme di ragazzi e ragazze che sciamavano per il festival truccati da zombie, Jack Skeleton, Samara e chi più ne più ne metta, lanciando versi più o meno paurosi? C’erano .

La mini-esposizione di auto funebri d’epoca? C’era .

Un enorme e tetro pupazzone sospeso sull’entrata come lugubre memento? C’era .

Aree tipo “tunnel dell’orrore”? C’erano: la misteriosa “Escape room” e il terrificante Jumpscare tunnel, rigorosamente sconsigliato a donne incinte e cardiopatici ma che aveva sempre la fila fuori (vedi foto).

E il mio elenco è ben lungi dall’essere esaustivo.

Dovendo mettere a frutto uno spazio che, rispetto alla varietà e al numero degli eventi organizzati, era forse insufficiente, gli organizzatori hanno preparato un’offerta “carica di devozione”, come diciamo qui a Napoli, e c’era davvero l’imbarazzo della scelta.

Quello che maggiormente mi è piaciuto è stato che – a differenza di molte altre simili kermesse che seguo da anni – il pubblico è stato trasversale perché l’evento è riuscito ad attirare davvero tutti, giovani, giovanissimi e i loro genitori.

Era facile vedere intere famigliole entrare al Festival, con mamma e papà che si intrattenevano a chiacchierare con Sergio Stivaletti rievocando i film di Dario Argento alla cui lavorazione Stivaletti ha partecipato mentre intanto la figlia andava a truccarsi da Samara e il figlio chiacchierava di fumetti e mode cinematografiche con Federico Frusciante.

A mio parere quest’eccellente risultato è stato ottenuto coniugando in maniera riuscitissima cultura e intrattenimento; c’è stata qualche inevitabile concessione, è vero, all’horror cinematografico (che l’ha fatta un po’ da padrone) ma la stragrande maggioranza delle scelte artistiche e culturali dei curatori sono state sempre originali e non ci sono state concessioni al banale o al facile commerciale.

Immagino che ciò abbia voluto dire un enorme lavoro organizzativo, lavoro premiato dal pubblico con un successo che ci fa ben sperare in una seconda edizione del NHF, più ampia e ricca della prima. E sicuramente meritevole di una location più centrale.

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