27 Gennaio: l’amore per l’arte nei campi di sterminio

Il giorno della memoria, ricordando Terezín, il ghetto modello e un ragazzino che non divenne un numero

Terezín (in tedesco Theresienstadt) è una piccola città nella regione di “Ústí nad Labem” nella Repubblica Ceca, a circa sessanta km a nord di Praga. Già famoso per essere stato il luogo di prigionia e morte di Gavrilo Princip, durante la seconda guerra mondiale fu sede di un campo di concentramento, ora museo dedicato tanto alla prigionia e al campi di concentramento in senso lato che alla sezione documentaristica di rilevante interesse storico.

Alla fine del XVIII secolo l’imperatore d’Austria Giuseppe II aveva voluto la progettazione di una città-fortezza al centro della Boemia, alla quale fu dato il nome di Theresienstadt, città di Teresa (Terezín, di Teresa in ceco), in onore di sua madre, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria.

La città fortezza fu realizzata con la supervisione di Clemente Pellegrini, architetto militare di Verona, dal 1780 al 1790.

Concepita come una città militare e costruita per proteggere Praga dai possibili attacchi prussiani provenienti da nord, Terezín venne eretta all’altezza della ramificazione del fiume Ohře (in tedesco Eger), un affluente dell’Elba. Nei pressi del ramo ad ovest venne costruita una fortezza più imponente (grande fortezza) e a est una fortezza più piccola (appunto piccola fortezza),distanti circa un chilometro tra loro.

Durante la Seconda Guerra Mondiale la Gestapo utilizzò Terezín come campo di concentramento in cui furono imprigionati circa 144.000 ebrei, dei quali 33.000 morirono in loco, soprattutto per le condizioni inumane, fame, stress, malattie e un’epidemia di tifo verso la fine della guerra. Circa 88.000 prigionieri furono deportati A Est, verso Auschwitz ed altri campi di sterminio.

Alla fine della guerra i sopravvissuti furono appena 17.247. A partire dal 1940 una parte della fortificazione separata dal ghetto, la “piccola fortezza” (in ceco: Malá pevnost), venne utilizzata dalla Gestapo come prigione, la più grande del protettorato di Boemia e Moravia. Circa 90.000 persone vi furono imprigionate, 2.600 delle quali morirono.

Il 9 maggio 1945 le forze sovietiche liberarono la città dall’occupazione nazista.

A Terezín vennero condotti molti artisti, musicisti e intellettuali famosi che per i nazisti era problematico far scomparire di colpo. Vari pittori decisero di mettere le loro capacità al servizio della denuncia, quantomeno della memoria, di quanto accadeva a Terezín. Il gruppo di artisti clandestini più importante lavorava all’ombra della cosiddetta Sala progetti dell’Ufficio Tecnico, situata al primo piano della caserma Magdeburgo.

Infatti, la Sala progetti dipendeva dal Consiglio ebraico ed aveva il compito di elaborare carte e statistiche, illustrate da disegni precisi nei dettagli, quando le SS lo richiedevano. Da quella stanza uscirono i progetti di un nuovo sistema fognario, di un impianto idrico e del crematorio (costruito nel 1942).

Di sera però e ovviamente di nascosto, tuttavia, venivano dipinti numerosi quadri, oggi in mostra permanente presso la caserma Magdeburgo, che descrivono minuziosamente la vita quotidiana del ghetto: alloggi sovraffollati, carri funebri imposti dai nazisti come unico mezzo di trasporto per le persone e per il cibo all’interno della  Grande Fortezza, le file interminabili per ottenere un po’ di cibo, per finire con le meste processioni di coloro che andavano alla stazione per essere deportati. Tra questi pittori disposti a trasformare la loro arte in strumento di resistenza ricordiamo Bediřch Fritta, Otto Ungar, Leo Haas e Ferdinand Bloch.

Le testimonianze storiche riportano che tra il ‘42 ed il ’45 a Terezin arrivarono 15.000 bambini, di questi sopravvisse solo un centinaio. Terezín diventò il ghetto dell’infanzia, una delle invenzioni più mostruose del nazismo,una incancellabile vergogna della storia.

I bambini erano ignari del processo storico di cui erano vittime e della macchina di distruzione nazista che li annientava ogni giorno. Una menzione particolare va a Helga Weissová, ebrea praghese che fu internata con la sua famiglia nel 1942, a dodici anni. Malgrado la tenera età fu capace di documentare in modo efficace tutto quello che vedeva,viveva e provava anche per via degli stimoli ricevuti da suo padre.

Tra i numerosi disegni, un posto di rilievo occupano i manifesti di concerti e serate musicali, scenografie per spettacoli teatrali o cabaret particolarmente sofisticati.

Piccoli gruppi di musicisti si esibivano di sera, nelle soffitte delle caserme adibite a dormitori. I nazisti richiedevano opere raffinate e complesse per le quali occorreva un’intera orchestra, finirono così per essere rappresentati vari balletti e opere liriche (La sposa venduta, Le nozze di Figaro, Carmen), mentre una band, The Ghetto Swingers, suonava musica jazz. I bambini misero in scena un’opera intitolata Brundibár, con musiche di Hans Krása, dirette da Rafael Schächter.

L’opera, composta a Praga nel 1938, fu rappresentata per la prima volta a Theresienstadt il 23 settembre 1943, con il contributo attivo di molti bambini del ghetto. Le repliche furono innumerevoli, nei luoghi più disparati del ghetto. Hans Krása (internato a Terezín il 10 agosto 1942) fu trasferito ad Auschwitz dove fu ucciso il 18 ottobre 1944. Si salvò invece il librettista di  Brundibar, Adolf Hoffmeister, che trovò rifugio a Londra.

Tra gli altri sopravvissuti al campo, va ricordata la famiglia Krauders, poi Klíma, poiché Il cognome originale fu modificato dalla sua famiglia durante l’occupazione nazista della Cecoslovacchia. Durante la II guerra  Ivan e Jan, i due bambini dei coniugi Klíma, che furono prigioniero nel campo di concentramento della città ghetto di Terezín per tre anni e mezzo sopravvissero divenendo i due unici testimoni ad essere rimasti (e sopravvissuti al campo) dal giorno del loro arrivo, fino alla liberazione sovietica. Ivan Klíma diventerà poi il famoso scrittore, tra i protagonisti assoluti della scena letteraria del Novecento ceco.

Voglio raccontare a questo punto una storia particolarmente intensa, inedita e forse del tutto sconosciuta in Italia. Una storia intrisa di tenerezza, che coinvolge anche le lettrici e i lettori più piccoli. Un racconto di vita e di morte che intendiamo condividere con tante e tanti che non hanno avuto la mia stessa “fortuna” di un contatto diretto con i protagonisti, un racconto di vita vissuta e strappata, ma anche il seme di una speranza che talvolta mitiga le atrocità dei ricordi dello sterminio più clamoroso e grande della Storia.

Si tratta della narrazione di un’esperienza vissuta a Terezín di cui sono venuta a conoscenza grazie proprio a Ivan Klíma, lo scrittore della Repubblica Ceca che studio ormai da anni e traduco in italiano e con il quale ho un importante rapporto personale, anche per via dei miei mai esaustivi tentativi di ricostruire e ritrovare pezzi di memoria, di dare un volto ai nomi, di dare un nome a tante vite mai vissute. Come ho già detto, Klíma è sopravvissuto assieme alla sua famiglia al campo di concentramento di Terezín.

A Terezín, nella Piccola Fortezza, come per miracolo riuscì a salvarsi il piccolo Tomáš, di appena quattro anni, figlio del pittore Bedřich Fritta e di Hansi, sua moglie. Ma ripercorriamo la loro storia.

Bedřich Fritta, pseudonimo di Fritz Taussig, era un celebre pittore, caricaturista e grafico ceco che giunse a Terezín con la sua famiglia il 4 dicembre del 1942 con uno dei primi trasporti. Nel ghetto lavorava nella sala progetti dell’ufficio tecnico, il luogo in cui di sera tardi e di notte in gran segreto si producevano disegni e quadri che documentavano la vita nel ghetto – l’arrivo e la partenza dei trasporti, la sofferenza quotidiana, la morte dei più anziani, le bare ammassate nell’obitorio – Alcune di queste opere furono scovate dalle SS durante le perquisizioni nel ghetto e Bedřich Fritta, Leo Haas, Otto Ungar e Fredinand Bloch furono fatti prigionieri (mi chiedo come si può essere prigionieri in un campo di prigionia) con l’accusa di “propaganda dell’orrore” e dopo essere stati interrogati furono deportati con le loro rispettive famiglie nella prigione della Gestapo nella Piccola Fortezza il 17 luglio del 1944.

La maggior parte di loro non sopravvisse alle sofferenze: B. Fritta era già malato e il 26 ottobre del 1944 assieme a Leo Haas fu deportato ad Auschwitz, dove morì poco dopo il suo arrivo. La moglie Hansi perì di tifo nella Piccola Fortezza il 13 febbraio del 1945. Il piccolo Tomáš invece sopravvisse grazie alle cure della moglie di Haas, Erna, con la quale rimase fino alla fine della guerra.

Leo Haas sopravvisse ai campi di concentramento di Auschwitz, Sachsenhausen, Mauthausen e Ebensee e fu l’unico tra gli artisti a resistere fino vedere la liberazione. Dopo la guerra Erna e Leo Haas adottarono il piccolo Tomáš e si trasferirono a Praga: Erna morì per via degli strascichi della prigionia nel 1945 (si sa, il corpo conserva sempre la memoria del dolore), Tomáš Fritta Haas crebbe a Praga ma dopo l’occupazione sovietica del 1968 si trasferì in Israele e un po’ prima della guerra del Kippur, nel 1973, andò a vivere nella Repubblica Federale Tedesca, ebbe quattro figli e ha vissuto tra Praga e Mannheim fino alla sua morte, avvenuta nel 2015.

Tomáš aveva ereditato dal suo papà un libricino di quadretti che Bedřich aveva dipinto per lui a Terezín come regalo per il suo terzo compleanno (22 gennaio 1944). Fritta nascose il libro nel ghetto di Terezín poco prima del suo arresto e Leo Haas lo ritrovò dopo la liberazione assieme ad altri disegni e li diede a Tomáš che ricordando il padre disse: L’unica cosa che mi rimane, che mi appartiene, che è stata fatta solo per me, è il mio libro, un libro regalato da mio padre. In questo libro sento lui,  sento le sue lacrime, la sua speranza, la sua paura. I disegni contenuti nel libricino mostrano il mondo dall’altra parte delle mura di Terezín, un mondo approssimativamente simile a quello che avrebbe potuto essere il futuro dopo la guerra: treni in corsa verso la libertà, finestre sul mondo, un bimbo giocoso,situazioni familiari serene, oggetti e ambienti a colori, il sole, la luce.

Nero, giallo e a volte un po’ di rosa, erano i colori utilizzati da Fritta, non per scelta stilistica ma per le necessità dettate dalle privazioni del ghetto. L’artista, nonostante avesse a disposizione qualche cartoncino e poco inchiostro riuscì a dare vita a una serie di opere sfuggite alla censura nazista e arrivate intatte fino ai giorni nostri. Le sue opere così come tutta l’arte creata a Terezín sono assimilabili a una forma di resistenza, di lotta, di speranza.

Nello stesso periodo di Tomáš Fritta a Terezín visse anche un altro ragazzino un po’ più grande che al ghetto era arrivato da Praga nel dicembre 1941. Anche lui viveva lì con i suoi genitori e il fratello Jan nella caserma Magdeburgo, in uno stanzino piccolissimo, proprio sopra il portone posteriore. Accanto, in un luogo simile, abitavano i pittori Fritta, Ungar e Haas con le loro famiglie. Il ragazzino più grande li osservava compiaciuto mentre lavoravano e voleva diventare un pittore anche lui.

Leo Haas dipinse un ritratto per lui, Fritta regalò al di lui fratellino per il compleanno un libricino simile a quello di Tomáš, anche se con meno disegni ma è andato perso, così come sono andati persi la maggior parte dei quadri e dei documenti di quel tempo. Un giorno sparirono anche i pittori Fritta, Ungar e Haas. Li portarono via chissà dove con le mogli e i bambini e sparì anche il piccolo e piagnucolone Tomáš ben protetto dalla signora Erna Haas.

Il ragazzino più grande alla fine non divenne un pittore e nel ghetto compì i suoi primi tentativi di componimenti letterari: dopo la fine della guerra scrisse tanti racconti meravigliosi e romanzi straordinari, fino a diventare uno dei migliori scrittori del Novecento, in corsa per il premio Nobel. Ricordando gli anni vissuti a Terezín ha scritto il racconto Miriam e vari altri racconti (noti in Italia grazie alle mie traduzioni[1]) e quell’esperienza ha sempre segnato i suoi lavori letterari. Quel ragazzino, all’epoca undicenne, è Ivan Klíma. I due ex bambini di Terezín, Ivan e Tomáš, si incontrarono nuovamente solo molti anni dopo la fine della guerra quando Ivan Klíma scrisse i commenti e le riflessioni per il libricino a colori di Tomáš Fritta con il titolo evocativo Del ragazzino che non divenne un numero[2].

 

[1] Cfr Klíma, Ivan. Miriam, traduzione e cura di Iervolino, M.T. ed. Mephite ISBN 9788863201307, 2012; Klíma, Ivan. Una voce da Terezín, con traduzione, prefazione e cura di Maria Teresa Iervolino, ed. Mephite, IBSN 978-88-6320-167-3, 2014; Klíma, Ivan. Miriam, il primo amore, curatela e traduzione di M.T, Iervolino, Napoli, IOD edizioni (ristampa della traduzione, dell’introduzione e della postfazione). ISBN 9788899392116, 2016.

[2]  Fritta, Bedřich / Klíma, Ivan. O chlapci, který se nestal číslem (del ragazzino che non divenne un numero) Židoské Muzeum v Praze, 1998

Maite Iervolino

Maria Teresa Iervolino, detta Maite, ha studiato lingua e letteratura inglese, ceca e serbo-croata presso l'Orientale e ha completato la propria formazione in Irlanda, Repubblica Ceca, Croazia e Serbia. E' interessata alla letteratura e alla cultura ceca e serbo-croata del Novecento e si occupa di traduzione, studi interculturali, lessicografia e linguistica. Da anni si dedica a progetti sulla cultura della memoria e della resistenza ed è una studiosa del Sessantotto nell’Europa Centro Orientale. Ha pubblicato vari saggi, traduzioni e articoli. Milita nel Partito della Rifondazione Comunista ed è membro della segreteria regionale.
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